Banca d’Italia: “Le criptovalute possono destabilizzare il sistema finanziario. Agire ora”

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TORINO. «L’innovazione tecnologica nel sistema finanziario è una sfida da vincere. Bisogna prestare attenzione alle criptovalute, perché possono destabilizzare il sistema finanziario». Chiara Scotti, vice direttrice generale della Banca d’Italia, inizia così il suo intervento alla 31esima edizione del congresso Assiom Forex, quest’anno organizzato a Torino. «I trend di lungo periodo possono avere molteplici usi, e non bisogna dimenticare in che modo le forze in campo sono tutte interconnesse fra di loro. Gestire i rischi e mitigare gli scenari avversi sarà fondamentale», avverte la banchiera centrale. «Fare previsioni su quello che succederà nei prossimi anni è impossibile. Se però non possiamo prevedere il futuro, è necessario adottare un approccio sistemico», dice Scotti, che ha un lungo passato alla Federal Reserve. Vale a dire che non si può non collegare gli aspetti economici, politici, ambientali e sociali delle trasformazioni tecnologiche. E anche burocratici, un aspetto che per l’Europa è fondamentale.

Anticipare per evitare choc e vulnerabilità che potrebbero deteriorare a stabilità finanziaria. Un obiettivo che deve essere cruciale per le banche centrali. Ed è per questo che, secondo Scotti, occorre creare dei meccanismi di protezione. «L’intreccio sempre più stretto tra finanza, tecnologia e digitalizzazione delle attività è ormai una realtà. Gli sviluppi non ci devono cogliere impreparati», sottolinea. In questo contesto, secondo la vice dg di Palazzo Koch. «Due fattori sono cruciali per gestire possibili shock e vulnerabilità: la capacità delle autorità di intercettare i cambiamenti, anche attraverso un dialogo cooperativo con gli intermediari e gli altri attori coinvolti, e la rapidità nel rispondere alle nuove sfide ed opportunità», sottolinea. Tre, rimarca Scotti, sono gli scenari possibili per il futuro. Il primo è chiamato “Intermediari moderni e digitalizzati”. In questo caso ci sarebbe una mitigazione dei rischi con una gestione precisa e ci sarebbe un ampio controllo della trasformazione tecnologica. Un quadro in cui non ci sono troppe differenze rispetto a oggi, almeno dal lato di sorveglianza e vigilanza. Il secondo scenario, chiamato “Intermediari di servizio o bank-as-a-service”, vede un cambio di regime, con le società del comparto Big Tech che creano strumenti per l’intermediazione, e le banche che sviluppano una elevata dipendenza con i colossi del web. Che però guadagnerebbero controllo, con evidenti problemi di monitoraggio dei rischi correlati. Specie perché le autorità di vigilanza non avrebbero poteri su Big Tech.

Infine, il terzo scenario, ovvero il «Sistema finanziario decentralizzato». In questo contesto, le criptovalute e le attività del settore diventano il prevalente sistema di pagamento e trasferimento di valore. Il tutto senza l’intervento delle banche tradizionali. Due in questo caso le possibilità. «Nella versione più estrema, non ci sarebbero intermediari e dunque le transazioni finanziarie avverrebbero tra utenti finali, tramite smart contract che garantirebbero il contatto diretto tra soggetti con esigenze diverse”, dice Scotti. Nella versione meno radicale,«la DeFi (Decentralized Finance, o finanza decentralizzata, ndr) resterebbe la principale modalità di mediazione finanziaria, ma gli intermediari potrebbero continuare a esistere in una forma adattata, combinando tecnologie decentralizzate e centralizzate per garantire sicurezza e servizi personalizzati», spiega.

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Comprendere quali sono i rischi, avverte la banchiera centrale, sarà centrale. Questo perché, dice, «con la ridefinizione dei mercati finanziari e dell’intermediazione bancaria, potrebbero emergere vulnerabilità (in parte nuove) legate a rischi operativi e cibernetici, all’uso improprio di informazioni, a strutture di governance decentralizzate». Quello che è chiaro, fa notare, è che «operatori non finanziari con modelli di business innovativi e complessi, criptoattività e tecnologie decentralizzate non necessariamente si conformano ai princìpi di informazione, tutela, correttezza dei mercati». Al contempo, «potrebbero anche presentarsi vulnerabilità ‘tradizionali’ in nuovi contesti, come il rischio di funding o le valutazioni eccessive delle criptoattività».

Ma poi c’è un altro aspetto, che si può leggere con gli occhi degli avvenimenti globali, con gli Stati Uniti che vanno verso una possibile decentralizzazione delle attività finanziarie attraverso le criptovalute. «Un secondo elemento, collegato al primo, è la crescente complessità del sistema finanziario tradizionale e le sue interconnessioni con fattori esterni, legati agli sviluppi dell’AI, delle criptoattività, e dei sistemi decentralizzati». Ad esempio, dice Scotti, «un drastico calo del prezzo di Bitcoin potrebbe spingere gli investitori con leva a vendere, amplificando la discesa iniziale del prezzo». Allo stesso modo, «se un intermediario dovesse subire perdite in criptoattività, i suoi creditori potrebbero ritirare fondi su larga scala, costringendo l’intermediario a vendere anche altri asset, amplificando il calo iniziale del prezzo e generando potenziali spillovers verso altre attività». Un quadro che potrebbe impattare sui consumatori, e quindi sugli istituti di credito tradizionali.

Le risposte che servono, specie date le tribolazioni transatlantiche, devono essere veloci. Come fa notare Scotti, «gli interventi già adottati nell’ambito della Digital Finance Strategy europea e le iniziative in via di attuazione rappresentano passi significativi in questa direzione. In un contesto che cambia molto velocemente, definire ruoli e responsabilità, come fatto con gli interventi recenti a livello sia europeo sia nazionale, è un risultato importante”. Ma non bisogna commettere errori. E su questo punto la raccomandazione di Scotti è chiara. «Dobbiamo tuttavia fare attenzione a non creare un quadro regolamentare troppo complesso e difficilmente interpretabile», dice. Questo perché, «una maggior semplicità non può mettere a rischio la stabilità finanziaria, il corretto funzionamento dei mercati e il rispetto dei diritti delle persone». Secondo la banchiera centrale «è necessario proteggere i consumatori da frodi e abusi, rendendoli innanzitutto consapevoli che taluni servizi o attività sono particolarmente rischiosi e assicurare che il sistema finanziario rimanga resiliente in un contesto in continua evoluzione».

Ed è proprio il contesto globale che rende immediata la presa di coscienza dei problemi legati alle innovazioni tecnologiche. E quindi cercare soluzioni. Secondo Scotti si tratta di «un compito che potrebbe complicarsi alla luce dei recenti orientamenti americani, particolarmente in materia di criptoattività, data la dimensione multinazionale del fenomeno». Una ricetta, secondo l’economista di Banca d’Italia, ci può essere. «Definire standard condivisi, promuovere la ricerca, sviluppare competenze specializzate e favorire la stretta collaborazione tra settore pubblico e privato sono elementi essenziali per garantire che le nuove tecnologie siano sviluppate secondo logiche sostenibili, supportando attività e modelli di business economicamente validi e aderendo a princìpi etici di responsabilità sociale», evidenzia in conclusione. Non solo per evitare di perdere la sfida tecnologica, ma anche quella di autonomia strategica, che l’Europa sta giocando con gli Usa.



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