La banalità del bene. Recensione di “L’impresa del bene” di Luca Rossomando

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Il recente lavoro di Luca Rossomando “L’impresa del bene. Terzo settore e turismo a Napoli” pubblicato da Carocci Editore presenta un’inchiesta sociale e politica sull’evoluzione del Terzo settore nel centro di Napoli.

La fitta rete di enti e associazioni del Terzo Settore che agiscono su questo pezzo consistente di città va a intricarsi sempre più all’interno dei processi di trasformazione – profonda e irreversibile – che stanno interessando queste zone, ridisegnando le coordinate urbane e della vita della popolazione abitante. La turistificazione ha avuto, come molti sanno, effetti drastici nella ridefinizione dell’economia cittadina, ma anche delle nuove priorità e strategie dell’amministrazione locale.

Il boom turistico è stato accolto sia dall’imprenditoria locale di vario livello sia dalle amministrazioni comunali che negli ultimi 10 anni sono state alle redini della città (de Magistris prima e Manfredi poi) con grande ottimismo, come opportunità di crescita e di conversione economica in una fase storica in cui le aspirazioni industriali di una metropoli del Sud Italia come Napoli sono state in gran parte rimosse. Questo ha portato a un via libera senza regolamentazione né controllo a tutto quanto afferisca all’industria dell’hospitality.

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Il primo effetto immediato (tra i tanti) è quello dell’espulsione della popolazione abitante dai suoi quartieri storici e storicamente popolari. Il secondo è la crescita a dismisura di un’occupazione precaria e povera che interessa popolazione “indigena” e migrante: il lavoro del settore turistico è poco tutelato, non sindacalizzato, usurante e spesso a nero o grigio.

Tutto questo nella cornice di un processo più ampio di evoluzione (o involuzione) della gestione della cosa pubblica in tutte le sue forme: la penalizzazione dei servizi pubblici fino alla “inevitabile” privatizzazione, la valorizzazione del patrimonio pubblico fortemente accelerata dal Patto per Napoli stipulato da Manfredi e Governo di Draghi nel 2022, la conversione della destinazione d’uso di locali di proprietà del Comune a scopi commerciali.

Per capire i sintomi della malattia basta guardare alle statistiche sugli sfratti[1], la chiusura degli ospedali e dei presidi sanitari territoriali… Di pochi giorni fa è la chiusura di un centro per l’impiego sito nel centro storico[2], dopo le segnalazioni che rendevano poco agevole la strada per il flusso dei turisti e dei consumatori del “mangia e fuggi“.

Ma comunque rimane la narrazione da parte della giunta comunale di una nuova fase di progresso per tutta la città; d’altronde Manfredi preferisce una città piena piuttosto che “povera[3]. Poi aggiunge che andrebbero “migliorati i servizi“: quali e per chi, ci si dovrebbe chiedere, visto che, come ricorda anche Rossomando, “nei discorsi e documenti della giunta si è affermata inoltre, nella rituale formula per cui le istituzioni lavorerebbero per il bene dei cittadini, la consuetudine di affiancare al benessere di questi ultimi anche quello dei turisti, talvolta invertendo i termini delle priorità: le istituzioni a Napoli, insomma, lavorano per il benessere dei turisti, ma anche per quello dei cittadini, con tutte le conseguenze che questa inversione comporta“.

L’esposizione dell’autore parte dall’analisi di tre quartieri del centro di Napoli: Sanità, Quartieri Spagnoli e Forcella. Per chi è napoletano o conosce abbastanza la città sa bene che si tratta di tre zone (che a triangolo racchiudono il centro antico) con caratteristiche storiche, orografiche e sociali parecchio diverse. Tuttavia, ci sono dei tratti comuni che contribuiscono ad accrescerne la “attrattività” non soltanto turistica ma anche nella “imprenditorializzazione” degli enti benefici del Terzo Settore.

Si tratta di quartieri molto densamente popolati, dove esiste una diffusa precarietà abitativa degli alloggi, nonché una generale precarietà esistenziale senza prospettive: alta dispersione scolastica, alta disoccupazione, mancanza di scuole secondarie, collegamenti del trasporto pubblico a singhiozzo o completamente inesistenti. E tuttavia anche in queste strade il fenomeno turistico ha preso piede: la ricchezza di monumenti e di presidi storico-archeologici, ma anche la possibilità di acquistare una “neapolitan experience” attraggono flussi di visitatori, italiani e stranieri.

Tutto questo è stato possibile non soltanto per un incrocio “miracoloso” di domanda-offerta, o conversioni improvvisate di attività commerciali in nuovi prodotti turistici. La crescita e consolidamento del Terzo Settore a Napoli ha favorito questo processo, innanzitutto per la capacità di assorbire (seppur in maniera non a tempo indeterminato) parte della forza lavoro espulsa dagli enti del servizio pubblico, diventando il principale sbocco occupazionale nei campi assistenziali e sociosanitari, accreditandosi positivamente nell’opinione pubblica come fornitore di lavoro oltre che di servizi.

Ma sicuramente non può essere questa l’unica motivazione ed infatti la disamina che ne fa Rossomando nel suo libro svela luci e soprattutto ombre di un mondo fatto di soggetti (soprattutto i grandi enti, le fondazioni ma anche associazioni di minor dimensione) che si districano in maniera tentacolare tra l’accaparramento di fondi (pubblici, ma anche privati da banche, multinazionali, etc.) e “collaborazioni” con istituzioni pubbliche (come le Università) per promuovere un’idea di servizio pubblico che ha il carattere di impresa vera e propria.

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Come riporta lo stesso Rossomando, parlando dei maggiori enti (che nel libro sono definiti “ultracorpi“), ovvero la Fondazione di comunità San Gennaro nel rione Sanità, la Fondazione Foqus nei Quartieri spagnoli e l’associazione L’Altra Napoli, operante sia a Forcella che alla Sanità:

Le caratteristiche principali di questi enti, che li rendono un unicum rispetto al contesto socio-economico in cui operano, sono sostanzialmente tre: la quantità di risorse di cui dispongono, fuori scala rispetto agli altri attori associativi e più in generale rispetto a tutti gli attori economici del territorio; le relazioni ad alto livello istituzionale e imprenditoriale che sono in grado di attivare e rendere operative; la costante (e benevola) attenzione mediatica che le loro iniziative riescono a sollecitare. […] Tali fattori sono poi al servizio di un’ideologia che, seppur con differenze pratiche tra un’esperienza e l’altra, appare fondata su principi e rappresentazioni comuni, che da un lato informano l’azione locale degli ultracorpi, dall’altro ambiscono ad affermarsi in un campo più vasto, che concerne le politiche di governo e la forma futura della città.

E ancora:

Molti enti del Terzo settore sono infatti imprese a tutti gli effetti (o consorzi di imprese, o incubatori di imprese) e, come tali, perseguono innanzitutto i propri interessi. Le maggiori, come abbiamo visto, tendono ad allargare i propri confini sommando, all’attività educativa e assistenziale, altri campi d’azione e settori di mercato. Per farlo si dotano di apparati sempre più sofisticati di comunicazione e propaganda, che lentamente fanno sparire, sotto un’accattivante cortina di fumo, i dati concreti, gli obiettivi reali, i referenti ultimi del loro agire. Quando si legano ai poteri pubblici, lo fanno, come tutte le aziende, seguendo le proprie convenienze. E Napoli non fa eccezione. Nella città in preda a repentini cambiamenti, queste imprese si battono per conquistarsi un posto al sole; la loro attività è votata al servizio dello stesso processo che sta determinando l’impennata del costo della vita e dei valori immobiliari, la precarietà lavorativa, l’espulsione degli abitanti dai quartieri storici, la requisizione dei già esigui spazi pubblici per la cittadinanza. I puntuali benefici vantati dalla loro azione, scolorano di fronte ai danni strutturali arrecati da questo processo a una platea molto più vasta di quella dei loro “beneficiari”.

Sul Terzo Settore si è detto tanto anche qui[4], come sintomo e malattia di una gestione pubblica che tanto pubblica non vuole più essere. La privatizzazione dei sevizi assistenziali, sociali e sanitari, non introduce solo la natura profittevole delle attività ma inevitabilmente introduce il concetto di “fruizione” e di consumo di quelli che dovrebbero essere diritti essenziali rivolti in maniera indistinguibile a tutti.

L’effetto collaterale è quello della infantilizzazione dei soggetti disagiati che ne hanno bisogno, dividendo in buoni e cattivi la platea, che diventa meritevole fruitrice solo se si attiene al buon esempio voluto dal corpo benevolo che ha in gestione la scuola, il recupero della strada e del monumento, il corso di formazione.

Un ricatto a rimanere nel recinto della compatibilità di un modello sociale che ha interesse a mantenere lo status quo. Non è un caso che tra promotori diretti e indiretti, oltre a soggetti dell’impresa locale e non, ci siano soprattutto chiesa e forze dell’ordine.

E questo spiegherebbe anche perché alcune storie di giovani non hanno guadagnato il merito di essere raccontate: si ricorda la storia di Ugo Russo[5], ma anche quella recentissima di Patrizio Spasiano[6] che da parte di questi “imprenditori del bene” non hanno avuto la giusta attenzione, mediatica ma soprattutto istituzionale.

Si tratta, insomma, di una operazione ideologica vera e propria. Ma come dice lo stesso autore, fatta da “apprendisti stregoni“.

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[1] https://ilmanifesto.it/napoli-bb-senza-freni-affitti-alle-stelle-e-boom-di-sfratti

[2] https://campania.usb.it/leggi-notizia/chiusura-del-centro-per-limpiego-di-napoli-centro-di-via-cisterna-dellolio-usb-un-duro-colpo-per-i-cittadini-e-un-disservizio-inaccettabile-1258.html

[3] https://www.fanpage.it/napoli/napoli-scoppia-di-turisti-il-sindaco-manfredi-rigetta-le-critiche-preferisco-avere-una-citta-troppo-piena-e-non-povera/

[4] https://contropiano.org/news/politica-news/2021/04/15/terzo-settore-una-invasione-di-campo-nei-servizi-pubblici-prima-puntata-0138067

[5] https://contropiano.org/interventi/2020/03/07/ugo-russo-una-finestra-sul-mondo-che-tutti-nascondono-0124869

[6] https://www.facebook.com/share/p/1PUTexA1uC/

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– © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO


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