Che idea abbiamo dell’Europa? Ciascuno di noi, si suppone, una differente. Andremo, per capirci, dal mito del Toro (maschio) che rapisce Europa (femmina), a quella prosaica e consolidata dell’euro, uno dei pochi segni di identità e di comune riconoscimento di questa area senza esercito, senza Costituzione, senza vera sovranità.
Ma bastasse anche l’euro a farci dire “europei” suggeriamo di prendere una qualsiasi banconota da cento, o da cinquanta, e osservarla. I disegni riportano un ponte e un portale. Forme generiche, da enciclopedia teorica: non si sa di che ponte e nemmeno quale portale (d’ingresso in città?) si possa trattare.
Anche se quelle due sono monete simbolo d’Europa i tratti identificativi sono generici, neutri, sfumati, anonimi: “monumenti” dell’ovunque e di nessun luogo, contemporaneamente. Se vi capita in mano un dollaro invece, o una valuta cinese, trovate i volti dei presidenti nelle banconote Usa e quello di Mao nel renminbi. Il rublo raccoglie luoghi ed edifici simbolo della Russia.
Il messaggio di queste differenze è semplice e anche drammatico: “Il primo grande problema europeo è quello dell’identità. In fondo anche le “parole per definirla” sono state date all’Europa da altri, non dagli “europei”. Sono stati gli ‘stranieri’ a descriverla. Perfino l’etimologia di Europa fa discutere: il greco “eurus”, a significare il volto di una donna, ampio (e bello)? O un termine di origine semitica “eref”, vale a dire la sera, cioè l’Occidente”. Entrambi? Forse, anche se il “tramonto” appare un’idea più vicina, almeno quella che ispira questi tempi.
Andrea Zannini, veneziano di terraferma, docente di Storia all’Università di Udine racconta, in un tascabile di oltre trecento pagine, Storia minima d’Europa- dal Neolitico ad oggi, (28 euro, il Mulino – terza edizione aggiornata e ampliata rispetto alla prima uscita del 2015) la storia del nostro continente dal neolitico ad oggi. Un riuscito percorso didascalico e di divulgazione che lo storico illustra come un tentativo dove non esiste alcuna “voglia accademica. Il lavoro parla di Europa per filoni e temi, eliminando la soffocante successione cronologica”.
In questo volume lo storico supera la Storia come l’abbiamo intesa sui banchi di scuola. Un esempio viene dalla narrazione delle teorie della lituana Gimbutas (antropologa-archeologa) che racconta di un’antichità europea (dal terzo millennio a.C. circa ) con divinità esclusivamente femminili; un potere matriarcale; quasi nessun conflitto. Quelle tesi che rivoluzionarono, alla fine del secolo scorso gli scenari storico-antichi, sono state discusse, esaltate e anche criticate. Ma solo grazie a Zannini – gran narratore dei tempi e delle connessioni che formano idee, genti e paesi – entrano ora nella storia continentale a tutti gli effetti.
Non solo idoli al femminile: la storia dell’Europa è formata anche dell’evoluzione della cristianità, dai flagelli della peste, dalle guerre che riequilibrano ricchezze, economie, poteri e popolazioni.
E c’è spazio ovviamente anche per l’Europa delle guerre di religione: “Forse – spiega Andrea Zannini – perché sappiamo cosa succede in questi conflitti gli europei hanno smesso piuttosto presto. Contrariamente ai musulmani che, al di là del confronto sciiti-sunniti, non hanno mai fatto vere e proprie guerre di religione, se non in questa fase storica”.
Si incontra poi l’Europa dei diritti, quella che su questi “valori” costruisce la sua frontiera di civiltà assieme al rispetto: linguaggio diventato identità primaria dei paesi. Ma attenzione: il mondo dell’Europa è pieno di sorprese perché, spiega Zannini, per esempio,
il Belgio – indipendente nel 1830 – adottò come lingua ufficiale il francese sebbene la maggioranza della popolazione parlasse fiammingo o vallone. Mentre croato e serbo sono stati codificati nella prima metà dell’Ottocento, sulla base del medesimo dialetto; così diventò la lingua unica della Slavia del Sud (spartita tra impero austro-ungarico e Ottomanno). Per 150 anni i linguisti trattano come un’unica lingua, però poi cambiano parere, molto stranamente, dopo il 1991. Anche la Norvegia non possiede una lingua nazionale.
Capito quanto distanti siamo da una minima idea di Europa unita.
Dell’Europa che cambia in fretta Andrea Zannini racconta storie, vicende ed emozioni anche moderne di un mondo che quasi non conosciamo:
“Negli ultimi anni gli studenti universitari – spiega il saggio storico – sono sempre più distanti di fronte all’idea di una lingua comune europea”. Già apprendere come vadano le vicende degli stati di questo continente – giovani di duecento anni o poco più, ma anche molto meno; con nazioni che aumentano sempre di numero dal dopoguerra – è un risultato quasi impossibile.
Non ci sono nomi di riferimento tra gli attuali storici, almeno per me, perché tutto è in cambiamento. La velocità dei fatti – dalle signorie alle città-stato, all’espansione coloniale, alle rivoluzioni, alla crisi del Novecento – ci obbliga a riscrivere anche i termini di contemporaneo, a spostare quasi tutti i confini, quelli del moderno e post moderno compresi.
Tra le pubblicazioni più recenti di Andrea Zannini insegna Storia dell’Europa nell’Università di Udine. Tra le sue pubblicazioni più recenti da citare Altri Pigafetta. Relazioni e testi sul viaggio di Magellano ed Elcano (2023) e Controstoria dell’alpinismo (2024), un testo che scardina definitivamente la storia e l’epica dei puri e forti (e ricchi) primi a salire le cime.
Un libro da leggere per scoprire che l’Europa è sempre più il vecchio continente delle crisi.
Il vecchio continente delle crisi was last modified: Febbraio 17th, 2025 by
Il vecchio continente delle crisi
ultima modifica: 2025-02-17T18:40:46+01:00
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