«Noi paghiamo il giusto prezzo per dare continuità alle relazioni umane»

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Si consumerà nel mondo meno cacao in tutte le sue forme e magari si preferirà attingere alla materia prima biologica, ormai non più costosa rispetto alla convenzionale. Per Sara Ongaro, fra i fondatori di Laequa che a Modica gestisce il laboratorio di produzione creato nel 1995 dalla storica cooperativa Quetzal, la riduzione della disponibilità mondiale di cacao e la conseguente impennata dei prezzi proseguiranno, a causa di un insieme di fattori alla fine esplosi in Africa (il continente principale produttore): i cambiamenti climatici determinano precipitazioni irregolari e nuovi patogeni e si sommano all’erosione dei suoli e all’indebolimento delle piante, effetto del ricorso a pesticidi e fertilizzanti. Il cioccolato Laequa, secondo la tradizione modicana e con materie prime tutte equo-solidali e biologiche, esotiche e locali, conta anche un fornitore speciale.

«Laequa» importa direttamente una quota di fave di cacao dalla Comunidad de san José de Apartadó, nel nord-ovest della Colombia.
La Comunidad è un esempio di società alternativa e autonoma, coinvolta in un percorso di nonviolenza attiva per resistere nel contesto caratterizzato dalla presenza di paramilitari. L’area è strategica per l’industria idrogeologica e mineraria e la situazione negli ultimi mesi si è molto aggravata: oltre agli uomini armati, avanzano cantieri di strade che comportano la frammentazione e penetrazione dei terreni comunitari. Le strade sono il primo elemento di invasione della terra per adattarla e renderla fruibile a interessi esterni anche internazionali (sfruttamento idroelettrico e minerali del sottosuolo), interessi esterni che la Comunidad ha sempre denunciato come vera causa della violenta pressione che da 30 anni è costretta a subire e che ha il semplice scopo di far scappare la gente da quella zona incontaminata di foresta dove si ostinano a voler vivere. Ormai è ancora più difficile, per via delle incursioni e delle minacce, coltivare i campi, raccogliere il cacao (coltivato in modo del tutto naturale), farlo fermentare ed essiccare e infine trasportare verso i porti (nonostante l’accompagnamento costante di organizzazioni, come l’italiana Papa Giovanni XXIII, che fanno un servizio di interposizione nonviolenta). Dunque, per questi produttori ci sono altri problemi soverchianti che riducono la produzione di cacao. Con loro abbiamo dal 2017 un legame diretto: compriamo le fave di cacao, anche se i nostri ordinativi per ragioni logistiche sono limitati; per fortuna hanno un grosso cliente internazionale nel campo della cosmesi naturale.

Quale la situazione per gli altri produttori di cacao del commercio equo presso i quali vi approvvigionate attraverso la cooperativa Altromercato?
Per Altromercato, che lavora in decine di paesi con 140 organizzazioni, coinvolgendo 450.000 contadini e artigiani in 4 continenti, la priorità è sempre stata pagare il prezzo giusto per le materie prime e dare continuità alle relazioni commerciali e umane. Quanto al cacao, i partner principali sono in Perù, Colombia, Nicaragua, Ecuador, oltre a progetti di filiera. Non è stata notata scarsità; il raccolto è stato buono negli ultimi due anni. Va detto che si tratta di produttori biologici. Certo, a causa dei cambiamenti climatici risulta sempre più difficile prevedere quando inizia la stagione del raccolto e quale sarà il risultato in termine di volume. I prezzi seguono l’andamento del mercato. Normalmente il prezzo del commercio equo, se la borsa scende, rimane alto almeno entro un limite concordato con i produttori, mentre se la borsa sale, sale anche quello. Il principio è garantire al produttore una buona remunerazione.

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E la produzione di Laequa come procede in questa contingenza?
I costi mondiali del cacao si sono quintuplicati a partire da marzo 2024. Abbiamo tenuto bassi i prezzi di vendita l’anno scorso perché avevamo scorte pagate al prezzo di prima. Ma ci chiediamo continuamente se potremo continuare a produrre cioccolato. La carruba come materia prima alternativa è una soluzione solo parziale, per varie ragioni. Prodotta in alcune zone del Mediterraneo, il suo uso è aumentato moltissimo da ormai una decina d’anni visto l’interesse nutrizionale, quasi da super food. Tante produzioni anche industriali vi fanno ricorso, un grande sbocco è il pet food. Ma gli alberi impiegano diversi anni prima di entrare in produzione. Così il prezzo è schizzato. Inoltre, la farina di carrube è una polvere, non solidifica, se non aggiungendo il costoso burro di cacao. Da quest’anno con la carruba faremo la crema spalmabile, per la quale basta l’olio di girasole bio, non soggetto a scarsità. Comunque, speriamo che nuovi modelli di produzione agricola, rigenerativa, possano diffondersi e che anche le catene produttive arrivino a ispirarsi a regole più eque e sostenibili.



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