“Sei incinta? Allora dimettiti”, così il partito di Meloni prende a calci le donne

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“Sono una donna, sono una madre” etc etc. La carta d’identità politica della presidente del consiglio, ops, del presidente del consiglio femmina avrebbe forse potuto partorire qualcosa di meglio del bonus bebè pensando con rammarico alle italiche culle, tristemente sempre più vuote. Hai voglia a dire Dio, patria e famiglia, hai voglia a parlare di nazione e non di Paese o di Stato (quest’ultimo citato preferibilmente per denigrare il fisco: vedi il pizzo di …), nazione che deriva dal concetto di nascita, ma al dunque siamo sempre lì. Questo non è un Paese per donne e figuriamoci per le mamme.

Il caso in consiglio comunale a Treviglio

Breve riepilogo. Capita che a Treviglio, bergamasca pura, venga bocciata senza appello la mozione della capogruppo del Pd, Matilde Tura, che chiedeva di consentire a consiglieri neogenitori e donne con gravidanza a rischio di partecipare alle sedute del Consiglio comunale in streaming. Come avveniva durante la pandemia. O come avviene tutt’ora anche in consessi più alti, robetta come il G7 e simili. La tecnologia lo consente, il Covid ci ha abituati, lo smart working è consuetudine diffusa. E invece no.

No, perché come ha spiegato la consigliera Silvia Colombo, di Fratelli d’Italia che ha bacchettato la proponente con il plauso della maggioranza di centro-destra, “nella vita ci sono priorità” e bisogna saperle individuare: se ti capita un figlio, ma anche una malattia, “bisogna dimettersi e lasciare il posto a chi ha la possibilità di dedicarsi pienamente”. Un po’ come una volta – ma pare che accada ancora – quando al momento dell’assunzione alle donne si faceva firmare in anticipo una lettera di dimissioni, da utilizzare nel caso avessero messo al mondo un figlio. Tutto molto chiaro: gravidanza, figli, maternità sono incompatibili con il lavoro o quanto meno sono condizioni ostative, quasi una colpa.

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La capogruppo del Pd Mailde Tura

La destra respinge la proposta della capogruppo Pd

Sappiamo tutti benissimo che l’Italia (nazione o Stato fa lo stesso) non brilla per i servizi a sostegno della famiglia (leggi a sostegno delle donne, visto che il lavoro di cura ricade per il 70 per cento – dati Istat – sulle loro spalle). Mancano asili nido, siamo lontani dagli obiettivi Ue di una copertura del 45%, fermi al 30%. Le famiglie si barcamenano come possono, anche l’aiuto dei nonni si ridimensiona visto che in pensione ci si va sempre più tardi. Vige il fai da te, hai voluto la bicicletta? Ora pedala.
Sappiamo tutti fin troppo bene che per le donne maternità e lavoro sono un binomio difficile da tenere insieme. Non è solo una questione di streaming. Di cultura piuttosto. Di società patriarcale, anche (sì, sì, patriarcale). Altrimenti non si spiegherebbe quel gigantesco gap che si apre tra maschi e femmine nel corso del tempo e della vita lavorativa. Le ragazze sono più brillanti a scuola e all’università, i loro voti sono più alti. Poi però sono i maschi a fare carriera, visto che le donne hanno retribuzioni mediamente più basse di quelle maschili del 20% e pensioni quasi dimezzate (meno 44%) a causa di percorsi lavorativi intermittenti, più precari e meno remunerativi.
Il discrimine, il momento in cui avviene il sorpasso maschile su tutta la linea, non è tanto quello dell’ingresso nel mondo del lavoro, che pure pesa. No, il punto di non ritorno è l’arrivo di un figlio. Carriere che si interrompono, demansionamenti, part time involontario e chi più ne ha più ne metta. Ci saranno le debite eccezioni, per carità, ma non fanno la regola né la media statistica.
Inutile perciò continuare a ripetere la litania delle culle vuote che qualcuno associa al rischio di sostituzione etnica con l’arrivo degli immigrati. Raschia, raschia torniamo sempre al punto di partenza: fino a quando non avverrà una vera e propria rivoluzione culturale che superi le disuguaglianze di genere e assuma la maternità (e la cura) come servizio sociale, libero ma sostenuto da tutta la comunità e non questione puramente privata, non se ne esce.
Treviglio non sarà tutta l’Italia, lo speriamo. Ma fino a che la risposta ad un figlio sarà un ricattatorio “dimettiti” bisognerebbe omettere la parola “famiglia” dalla triade di valori che Meloni e la destra sbandierano sull’orbe terracqueo. Dio ok, questo sì un fatto privato, patria parliamone, velo pietoso sul resto.



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