García de Alba: “Impossibile che Trump deporti 12 milioni di persone”

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Carlos García de Alba ha iniziato la carriera diplomatica nel 1987, dal 2011 al 2016 è stato Ambasciatore del Messico in Irlanda e dal 2019 è l’Ambasciatore del Messico in Italia. Tanti i temi trattati: Dalla seconda amministrazione Trump negli Stati Uniti alla situazione interna al Messico, passando per le relazioni tra l’Unione europea e lo Stato guidato da Claudia Sheinbaum.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto pesanti dazi contro il Messico. Cosa pensa a riguardo?

«Il presidente Trump in questo primo mese di governo ha dimostrato determinazione. La sua tattica è l’attacco, anche la sua carriera imprenditoriale lo ha dimostrato. Quindi sin dal primo giorno ha lanciato questo annuncio, anche per il tono direi una minaccia, di imporre dei dazi non solo al Messico e al Canada, ma anche alla Colombia, alla Cina, all’Unione europea e ai Brics. È un diritto del governo statunitense farlo o no, io sono convinto che in generale una guerra commerciale non sia una cosa positiva per il mondo in questo momento di tanti conflitti, insicurezza e tensioni». 

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Cosa significherebbe una guerra commerciale per il mondo?

«Gravare questo mondo con una guerra commerciale sarebbe una brutta notizia per tutti quanti. Va ricordato che un dazio, del 5%, del 20 o del 25%, è una specie di imposta al consumatore finale, una specie di Iva; quindi alla fine chi dovrà pagare il costo di questo dazio sarà il consumatore. È un gioco con tanti rischi che alla fine danneggia l’economia e il consumo domestico. Non è una cosa conveniente per nessuno».

Si discute della decisione presa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump di cambiare il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America. Lei come commenta?

«È stata una sorpresa, non ha mai fatto accenno a questa possibilità durante la sua campagna elettorale. Una volta insediato ha fatto questa dichiarazione. Non trovo una logica a questo posizionamento, mi sembra una cosa più politica che non ha nessuna rilevanza geografica. La geografia è storia. Il Golfo del Messico, il cui nome è stato inventato dai veneziani, ha acque che sono condivise dagli Stati Uniti, dal Messico e da Cuba. La storia dice chiaramente che il Golfo del Messico non appartiene al Messico. Ciascuno dei tre paesi ha la piattaforma continentale, le dodici miglia che riconosce il diritto internazionale del mare, però le acque internazionali sono ormai universalmente riconosciute come il Golfo del Messico. Faccio un esempio: C’è un fiume al confine tra Stati Uniti e Messico conosciuto dalla maggioranza degli europei col nome che usano gli statunitensi, cioè Rio Grande. Noi messicani lo conosciamo come Rio Bravo, lo stesso fiume ha due nomi. Se tu vuoi chiamare la tua parte del Golfo del Messico Golfo d’America fallo, però voler imporre quel nome a tutto il mondo è una cosa diversa. Poi mi chiedo: Come vorrà chiamare uno stato come il New Mexico? lo chiamerà New America? Non credo che questo argomento debba essere portato oltre, perché altrimenti dovresti cambiare nome all’Arizona, alla California, al Colorado e al Nevada. Che fine faranno quegli stati che hanno nomi ispanici e messicani? Li chiameranno in modo diverso perché bisogna cancellare ogni traccia di messicanità?».

Un altro tema su cui Trump ha insistito è l’immigrazione. Trump ha annunciato deportazioni di massa. Qual è il suo parere?

«Un fermo è diverso dalla deportazione. Per deportare una persona prima la devi fermare, sono due cose molto diverse. Il presidente Trump nella campagna del 2015- 2016 ha detto che avrebbe deportato tutti gli illegali, che io preferisco chiamare “indocumentati”. Sono circa 12 milioni di persone, fermarli è un compito molto difficile e rischioso perché hai bisogno di tante risorse umane, logistiche e finanziarie. È praticamente impossibile che tu riesca a fermare e poi deportare tante persone, a prescindere dal significato di tutto questo. Però è anche rischioso perché questi sono lavoratori, persone che fanno funzionare tanti settori dell’economia statunitense, come l’edilizia, l’agricoltura e i servizi. Tanti lavoratori messicani sono quelli che mettono mattone su mattone, fanno la raccolta dei frutti e delle verdure nella campagna statunitense, fanno le pulizie negli ospedali e nelle aziende. Quindi chi farà questi lavori? Credo che prima o poi questa politica si riverserà sull’economia statunitense. È anche un discorso tattico che Trump ha tutto il diritto di fare, ma vedo più conseguenze e rischi di quelli che si vuole riconoscere».

Claudia Sheinbaum è stata eletta nel giugno 2024 prima presidente donna nella storia del Messico. Come giudica i suoi primi mesi?

«Noi preferiamo chiamarla “presidenta” anziché presidente, lei stessa nell’insediamento ha detto “chiamatemi presidenta”. Ha dimostrato capacità, serenità. Lei stessa ha detto “testa fredda” in questa sfida, in un nuovo scenario internazionale che non si prevedeva. Ha dimostrato di essere capace e all’altezza. Sul fronte interno è stata votata dal 59% dei messicani, la sua popolarità si aggira in questo momento intorno all’80%. È una scienziata, un ingegnere con una formazione accademica rigorosa, una politica con esperienza. Ha ricoperto ruoli di grande importanza nel nostro Paese, abbiamo una brava presidenta, in buona salute, che sarà all’altezza delle sfide». 

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Cosa sta facendo la presidenta Sheinbaum sul contrasto al narcotraffico?

«È vero che il narcotraffico è un problema ricorrente in Messico, però va capito che è un problema internazionale. In Messico si producono alcune delle droghe, per esempio il cannabis e il fentanyl, però è chiaro che gli ingredienti per fare fentanyl vengono dall’India, dalla Cina e arrivano in tutta l’America del Nord compresi gli Stati Uniti e il Canada. Ma se all’offerta fa seguito la domanda, Stati Uniti e Messico devono lavorare insieme per ridurre anche la domanda, un vecchio, serio problema degli Stati Uniti, dove si consuma il 25% delle droghe di tutto il mondo. Credo che parlare di collaborazione come fa la presidenta Sheinbaum sia la strada giusta da percorrere, poi non vanno dimenticate le armi. Il crimine organizzato ha tante armi che lo rinforzano e queste armi vengono soprattutto dagli Stati Uniti ma anche dall’Europa e dall’Italia. Quindi dobbiamo affrontare in modo integrale questo vecchio problema se veramente vogliamo risolverlo, poi bisogna anche fare la prevenzione, è chiaro che nell’ultima conversazione che hanno avuto la presidenta Sheinbaum e il presidente Trump si è parlato anche di queste campagne pubblicitarie che in Messico si fanno costantemente, e che aiutano ad eliminare o almeno a diminuire il consumo di droghe soprattutto fra i giovani, che sono le vittime predilette dei cartelli».

Il Messico è il secondo partner commerciale dell’Unione europea in America Latina dopo il Brasile. In cosa questo legame può esser rafforzato?

«Il Messico è la dodicesima economia più grande del pianeta, l’ottavo Paese esportatore a livello mondiale. Il 42% dell’export di tutta l’America Latina proviene dal Messico, che è un socio in affari importante. È il secondo partner commerciale più importante per l’Unione europea, il primo socio commerciale dell’Italia in America Latina e il primo investitore latino-americano in Europa. Il Messico scambia tanto con l’Unione europea, riceve tanti investimenti europei ma investe anche tanti soldi in Europa. Solo in Italia abbiamo non meno di 3 miliardi di euro di investimenti messicani, ci sono investimenti messicani in 14 delle 20 regioni italiane, circa 5000 posti di lavoro in Italia sono creati da aziende messicane, però ciò può crescere. La sfida per il Messico è diversificare l’export perché siamo molto concentrati sugli Stati Uniti, l’80% del nostro export va agli Stati Uniti. Quindi abbiamo bisogno di esportare di più nell’Unione europea, ma anche l’Unione europea può esportare di più in Messico. L’anno scorso per la prima volta nella storia gli scambi commerciali tra Messico e Italia sono andati oltre i 10 miliardi di euro».

 Nel 2024 Italia e Messico hanno festeggiato il 150º anniversario delle relazioni diplomatiche bilaterali. Che cosa condividono il popolo italiano e quello messicano?

«Il popolo messicano e quello italiano condividono tanto, valori e culture. Siamo due mega potenze culturali, siamo latini, abbiamo delle storie che ci avvicinano, passioni per la cultura. Con “cultura” intendo l’arte, la storia, l’archeologia, la gastronomia, tante cose che ci dicono che siamo due potenze culturali. Sul fronte multilaterale, nel 90% delle votazioni che si fanno sui fori internazionali Messico e Italia votano lo stesso. Siamo essenzialmente due governi, due Paesi che la vedono allo stesso modo, due Paesi con democrazie liberali che rispettano il diritto di parola, il diritto di espressione, e che hanno un rapporto molto diversificato sul fronte commerciale, artistico, turistico. 

In quali settori può essere consolidata la collaborazione tra Italia e Messico?

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«È in crescita il flusso di turismo in entrambi i sensi, però c’è da fare. Il livello di scambi accademici non mi soddisfa, io credo che meritiamo molto di più. Sul fronte sportivo, siamo due Paesi amanti dello sport, non credo che abbiamo fatto granché sul fronte sportivo, quindi molto si è fatto, ma molto si deve fare ancora. 150 anni sono stati benefici per entrambi però guardiamo anche al futuro con ottimismo, e cerchiamo di esplorare altre opportunità, diversificare i rapporti su altri fronti che non sono stati privilegiati, decentralizzare i rapporti. Non tutto si deve concentrare su Roma e Città del Messico, Milano e Città del Messico. Credo che siano delle sfide che abbiamo davanti, c’è bisogno di un dialogo politico di più alto livello e più costante. Oggi possono passare degli anni in cui non ci sono rapporti politici, e penso che questo debba cambiare».

Un pensiero su Papa Francesco

«Anche se non sono l’ambasciatore presso la Santa Sede perché c’è l’ambasciatore Barranco che ha in carico i rapporti con la Santa Sede. Da studente che si è formato coi gesuiti, avendo un Papa gesuita, io ho grande rispetto. Ho avuto il privilegio e l’altissimo onore di incontrarlo una volta di persona alcuni anni fa e mi ha confermato che è un grande umanista, un uomo di intelligenza, molto sensibile. Sono convinto che ce la farà questa volta perché c’erano dei timori. Credo che avremo ancora Papa Francesco per un bel po’ di tempo e sono ben contento».





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