Riforma giustizia. La Camera Penale: “Necessaria per garantire imparzialità”

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di Cecilia Bandiera, avvocato*

I magistrati italiani sono pronti alla mobilitazione prevista il 27 febbraio “a difesa della Costituzione”, opponendosi alla separazione delle carriere. Prima di tutto, è doveroso ricordare e precisare che il tema della separazione delle carriere, a lungo dimenticato dalla politica, è stato posto nuovamente al centro del dibattito pubblico, proprio grazie al percorso intrapreso nel 2017 dall’Ucpi di raccolta delle firme per la presentazione di una legge costituzionale di iniziativa popolare.

Si è così tornati a discutere di un argomento fondamentale per la giustizia penale del Paese, che si era voluto accantonare, per non urtare le sensibilità di una magistratura chiusa nelle sue dinamiche corporative.

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Si tratta di una riforma necessaria al fine di realizzare nel processo la figura di quel giudice terzo voluto dall’art. 111 della Costituzione, separato dall’accusa e dalla difesa, garante dei diritti dei cittadini.

Altro tema su cui si rende necessario fare chiarezza: funzioni e carriere sono due concetti diversi.

La separazione delle funzioni, effettiva già dal 2006, non ha infatti impedito l’interferenza delle cosiddette correnti sui passaggi essenziali della carriera di ogni magistrato. Separare le funzioni non ha accresciuto l’indipendenza del Giudice, che potrà realizzarsi unicamente con l’effettiva separazione delle carriere, essenziale per la piena ed effettiva realizzazione del modello processuale accusatorio.

Del resto, la stessa Costituzione, all’art. 111, ha come conseguenza naturale la separazione delle carriere, non foss’altro per dare un senso al termine “terzietà” distinto rispetto alla imparzialità.

L’appartenenza del giudice ad un’organizzazione diversa da quella del pubblico ministero risulta quindi essere il naturale sviluppo dell’art. 111 della Costituzione e rappresenta l’unico modello di ordinamento coerente con il codice accusatorio, nel quale accusa e difesa sono su un piano di parità, distinto da quello del giudice, che con loro non può avere alcuna comunanza sul piano ordinamentale.

Altro punto da chiarire: la riforma delle separazione delle carriere non ha certamente l’obiettivo di sottoporre il pm al governo e alla politica. Chi sostiene questo, dimentica che l’art. 104 della Costituzione prevede testualmente, nella riforma, che giudici e pm saranno indipendenti da ogni altro potere.

I detrattori della riforma, sostengono poi la non necessità di un doppio Csm, in quanto si finirebbe così per realizzare una moltiplicazione degli organi costituzionali.

In verità, la mancata separazione degli organismi di governo autonomo realizza di fatto la commistione nelle decisioni sulla carriera dei magistrati (trasferimenti, attribuzione incarichi direttivi, valutazioni professionalità). Il previsto sorteggio per la scelta dei componenti togati per i due Csm consente, invece, di interrompere lo stretto legame tra correnti ed eletti, escludendo che vi siano concentrazioni di potere gestite ed indirizzate prima ed al di fuori del CSM, lasciando ai nominati la libertà di svolgere le loro funzioni su un piano tecnico-giuridico, privo di condizionamenti politici e affaristici.

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La previsione di un’Alta Corte disciplinare è poi il naturale sviluppo della giurisdizionalizzazione del procedimento disciplinare che, già oggi, ha portato alla costituzione in seno al Csm di una sezione a ciò dedicata, i cui componenti sono incompatibili con le sezioni che si occupano di valutazioni di professionalità, assegnazione di incarichi di direttivi e semidirettivi e incompatibilità

È vero: i problemi che affliggono la giustizia sono tanti e devono essere affrontati tutti, ma i dati di sovraffollamento e dei suicidi in carcere, le carenze informatiche e di organico, l’eccessiva durata del processo, sono aspetti che attengono all’efficienza della macchina giudiziaria, mentre questa riforma mira a rendere il nostro processo più giusto; ad eliminare il fenomeno del correntismo, che pretende di incidere su tutta la vita professionale del magistrato, limitandone l’autonomia interna; a rendere privo di condizionamenti e più giusto il sistema disciplinare.

*presidente della Camera Penale Ferrarese

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