Mercoledì Jeff Bezos, proprietario del Washington Post, ha annunciato un cambio radicale nella sezione delle opinioni del giornale, che da oggi pubblicherà esclusivamente articoli con posizioni favorevoli alle «libertà personali» e al «libero mercato». Il cambio è stato comunicato ai giornalisti e poi diffuso sui social al termine di un dibattito interno che era in corso da oltre un mese, secondo quanto riferisce il New York Times. Bezos ritiene che il compito del giornale non sia più quello di dare spazio a qualsiasi opinione, un «servizio pubblico» che ora, secondo lui, è «svolto da internet». Dovrà invece rifocalizzarsi secondo principi che ha così descritto:
Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due principi fondamentali: le libertà personali e il libero mercato. Naturalmente tratteremo anche altri argomenti, ma lasceremo che siano altri a pubblicare i punti di vista contrari a questi principi.
Il Washington Post è uno dei giornali più influenti negli Stati Uniti: Bezos, fondatore di Amazon e capo della società spaziale Blue Origin, ne divenne proprietario nel 2013, acquistandolo per 250 milioni di dollari. Negli ultimi mesi alcune sue scelte hanno attirato molte critiche: è stato accusato da più parti di voler riposizionare politicamente il giornale, nell’intento di compiacere la nuova amministrazione di Donald Trump e quindi non compromettere i suoi interessi economici.
Molto probabilmente la modifica della sezione opinioni alimenterà nuove discussioni. Nei grandi giornali statunitensi la sezione delle opinioni è gestita da una redazione separata da quella che si occupa di notizie, proprio per garantire una maggiore indipendenza e varietà di posizioni. La sezione opinioni del Washington Post era nota per pubblicare articoli di commentatori di formazione molto diversa: molto liberali ma anche più conservatori. Dopo l’annuncio pubblico del cambio deciso da Bezos, il direttore della sezione, David Shipley, ha annunciato le sue dimissioni.
L’annuncio ha causato immediate preoccupazioni e proteste all’interno della redazione e fra i lettori del giornale. La limitazione del campo in cui si muoveranno le opinioni è interpretata da quasi tutti i commentatori come uno spostamento verso posizioni più conservatrici e di destra del giornale, ed è stata accolta su X da Elon Musk con un commento di congratulazioni.
Il One Franklin Square, sede del Washington Post (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)
Il Washington Post vive un periodo turbolento ormai da alcuni anni. Durante il primo mandato di Donald Trump si propose con successo come giornale di radicale opposizione, anche con lo slogan “Democracy dies in darkness”, “La democrazia muore nelle tenebre”: gli abbonamenti crebbero e i conti economici migliorarono.
Negli anni successivi tornò in perdita e la proprietà rispose alla crisi assumendo come amministratore delegato il londinese Will Lewis. I modi e le prime scelte di Lewis, che ha un passato da manager delle aziende editoriali di Rupert Murdoch, innescarono polemiche interne mai completamente risolte, tanto che l’attuale direttore, Matt Murray, agisce da tempo come direttore ad interim.
Negli ultimi tempi la crisi non è stata più solo “interna” e ha coinvolto l’immagine e la reputazione del giornale, per le ingerenze e gli interventi della proprietà.
A ottobre Bezos ha bloccato l’articolo di endorsement per la candidata Democratica Kamala Harris, decidendo di interrompere la consuetudine di manifestare il sostegno a uno dei candidati. La scelta ha portato moltissimi lettori a cancellare il loro abbonamento: oltre 250mila, secondo cifre confermate dallo stesso Washington Post.
Dopo la vittoria elettorale di Trump, Bezos ha contribuito con una generosa donazione (come molti altri miliardari e industriali tech e dei media) alla cerimonia di inaugurazione del nuovo presidente, assicurandosi un posto in prima fila alla cerimonia stessa. Alcuni giorni dopo il giornale ha scelto di non pubblicare una vignetta che criticava l’atteggiamento servile dei ricchi imprenditori digitali – tra i quali un riconoscibile Jeff Bezos – nei confronti di Trump. L’autrice della vignetta, Ann Telnaes, si è dimessa: collaborava col Washington Post dal 2008.
Al centro Jeff Bezos e la compagna Lauren Sanchez, fra Mark Zuckerberg (Meta), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (X, Tesla) alla cerimonia di insediamento di Donald Trump (Chip Somodevilla/Pool Photo via AP)
Secondo Michael Schaffer di Politico ora con il riposizionamento della sezione delle opinioni «Bezos aggiunge un nuovo chiaro esempio a una narrazione che rappresenta una grande minaccia per l’immagine del Washington Post: l’idea che il suo proprietario stia manipolando il prodotto per accattivarsi i favori del suo nuovo amico Donald Trump, che ha il potere di rifiutare contratti ad Amazon e ad altre aziende di Bezos». Schaffer fa anche notare come quello che Bezos definisce come uno «spazio vuoto» nel panorama editoriale sia in realtà occupato da tutta una serie di autorevoli giornali che da tempo hanno una linea genericamente “pro-mercati”, dal Wall Street Journal a Bloomberg e all’Economist.
Proprio il Wall Street Journal in un editoriale piuttosto ironico ha sottolineato come le indicazioni di Bezos siano simili al«nostro longevo motto “free markets and free people”» (“Liberi mercati e persone libere”). L’articolo dà il benvenuto al Washington Post nelle nuove posizioni e si chiude con un consiglio ai lettori: «Non accettate imitazioni. Provate la concorrenza, ma poi tornate all’originale».
Margaret Sullivan, esperta di media del Guardian, in passato al Washington Post, ha scritto: «La mossa di Bezos non è solo un pugno nello stomaco, è più che altro una campana a morto per il giornale (…). Non vuole più un’organizzazione giornalistica indipendente, ma un megafono e uno strumento politico che favorisca i suoi interessi commerciali».
La prima pagina del Washington Post dopo la cessione a Bezos, nel 2013 (AP Photo/Evan Vucci)
Non è chiaro al momento se il cambio implicherà il licenziamento o l’interruzione della collaborazione con alcuni degli editorialisti più noti per le loro posizioni progressiste. L’amministratore delegato Lewis in una nota alla redazione ha rassicurato sul fatto che questa decisione non implichi «mettere da parte alcun partito politico», ma solo rendere «ben chiaro» quali sono i valori che «difendiamo come giornale». Matt Murray, direttore del giornale, ha commentato che la sezione “notizie” non sarà coinvolta nei cambiamenti e che continuerà a «perseguire un giornalismo coinvolgente e d’impatto senza paura né trattamenti di favore».
Altri giornalisti della redazione hanno invece espresso il loro malcontento, sia in una riunione con il direttore uscente Shipley, definita «animata e preoccupata», sia pubblicamente.
Jeff Stein, a capo della redazione economica, ha detto che quella di Bezos è «una radicale invasione di campo» che rende evidente che le «opinioni dissenzienti non saranno pubblicate o tollerate». Ha anche scritto che qualora verificasse simili ingerenze nel suo ambito si dimetterebbe. In questi mesi, soprattutto dopo il mancato endorsement ad Harris, altri giornalisti hanno lasciato il giornale o lasciato i loro incarichi di responsabilità pur rimanendo in redazione.
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