Decreto Flussi: un’occasione persa? Tra caos burocratico, sfruttamento e manodopera che manca


Roma, 28 febbraio 2025 – Il bilancio del recente Decreto Flussi per i migranti in Italia presenta un quadro contrastante, in cui risultati positivi si mescolano a evidenti criticità. Dal punto di vista economico, il decreto conferma da un lato la centralità dei lavoratori stranieri per molti settori produttivi – colmando alcune lacune di organico e contribuendo a mantenere attive filiere fondamentali – ma dall’altro non riesce a soddisfare che una piccola parte della domanda di lavoro espressa dal mercato.

Le rigidità quantitative (quote troppo basse rispetto alle necessità) e qualitative (tempi e procedure inadatti ai ritmi dell’economia) hanno attenuato l’impatto positivo atteso su occupazione e crescita. In termini sociali, l’operazione ha avuto il merito di canalizzare attraverso vie legali una porzione di flussi migratori, offrendo a migliaia di persone l’opportunità di inserirsi regolarmente in Italia. Tuttavia, le debolezze del sistema hanno prodotto effetti collaterali preoccupanti: migliaia di migranti si ritrovano in una sorta di limbo, non integrati e facili prede di sfruttamento, con ricadute negative sulla coesione sociale e sull’immagine stessa delle politiche migratorie. Legalmente, il decreto ha messo in luce falle profonde nella burocrazia e nella tutela dei diritti: dall’iniquità dei click day alle lungaggini amministrative, fino ai casi di frode e caporalato, abbiamo visto come un dispositivo pensato per gestire ordinatamente i flussi abbia finito per alimentare nuove forme di irregolarità e violazione della dignità del lavoro​

Questo rappresenta un paradosso e un campanello d’allarme sulla necessità di riforme coraggiose.

Sul piano politico, il Decreto Flussi è sia uno specchio delle contraddizioni italiane in materia di immigrazione sia un catalizzatore per una possibile evoluzione. La maggioranza lo utilizza per mostrare che esiste una via italiana all’immigrazione: selettiva, subordinata ai bisogni nazionali e inserita in una cornice di fermezza sui controlli. Ma l’attuazione difficoltosa ha reso evidenti gli scostamenti tra la retorica e la realtà, offrendo spunti alle opposizioni per chiedere un cambio di approccio. Rispetto ai decreti flussi dei periodi precedenti, quello recente si distingue per la scala più ampia e per essere inserito in una programmazione triennale, segnando un’evidente discontinuità dopo anni di chiusure quasi totali. Eppure, i nodi irrisolti paiono gli stessi del passato, se non aggravati: quote insufficienti, iter farraginosi e integrazione mancata riecheggiano problemi già visti nelle esperienze degli ultimi due decenni (basti ricordare i clamorosi “click day” del 2007 o le difficoltà di applicazione delle sanatorie successive). In un certo senso, il decreto attuale ha amplificato il volume di queste dinamiche, rendendo non più rinviabile una riflessione di fondo.

In conclusione, l’analisi critica del Decreto Flussi evidenzia che le buone intenzioni non bastano se non sono supportate da meccanismi efficaci e rispettosi dei diritti. Aprire canali legali per lavorare in Italia è senz’altro la strada giusta per governare i fenomeni migratori, ma il come conta tanto quanto il quanto.

Se il processo di selezione e inserimento è caotico o iniquo, si rischia di perdere la fiducia sia delle imprese sia dei migranti stessi, e di lasciare spazio a illegalità e tensioni. La sfida futura sarà quella di imparare dai limiti emersi: ciò significa aumentare la trasparenza e la rapidità delle procedure, calibrare le quote in modo più aderente alla realtà (magari introducendo quote flessibili o rivisitabili periodicamente in base all’andamento del mercato del lavoro) e prevedere strumenti di tutela per evitare che chi viene chiamato a lavorare resti senza tutele in caso di imprevisti.

Solo attraverso una riforma strutturale, invocata da più parti, si potrà passare da un sistema che oggi produce “vincitori e vinti” (pochi fortunati con il contratto, molti esclusi nell’ombra) a un modello più equilibrato e umano. In definitiva, il destino del Decreto Flussi come politica pubblica si giocherà sulla capacità delle istituzioni di correggerne le debolezze: se resterà così com’è, rischia di replicare i fallimenti già visti e di essere ricordato come un’occasione mancata; se invece verrà migliorato con il concorso di tutti gli attori coinvolti – politica, imprese, sindacati, società civile – potrà diventare uno strumento valido per coniugare sviluppo economico e diritti, trasformando l’immigrazione da problema endemico a risorsa ben gestita per il Paese.​

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