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L’Ue cerca fondi per le Borse ma il sistema finanziario non piace ai risparmiatori


L’Unione europea è in affanno e quando i conti non tornano, la politica economica diventa improvvisazione. Il nuovo piano di Bruxelles? Costringere le persone europee a investire i loro risparmi nel mercato azionario, trasformando dieci trilioni di euro parcheggiati nei conti bancari in un flusso di denaro per le imprese. Un’idea che ricorda più un tentativo disperato di sopravvivenza che una strategia lungimirante.

Il problema è strutturale: nel 2024, la crescita dell’Eurozona si è fermata a un misero 0,5%, mentre gli Usa hanno registrato un 2,5%. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, la produzione industriale è scesa del 6% in Germania e i consumi interni sono stagnanti. Bruxelles ora teme un effetto domino, con le aziende europee incapaci di attrarre investimenti rispetto ai colossi americani e cinesi.

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Un’Unione senza unità

L’Europa ha bisogno di soldi e ne ha bisogno ora. Le tensioni geopolitiche e l’impennata della spesa per la difesa impongono nuove fonti di finanziamento, ma gli Stati membri non vogliono aprire troppo i cordoni della borsa. Per il solo 2024, la Commissione europea ha stimato che servano almeno 100 miliardi di euro in più per sostenere la difesa e la transizione energetica, mentre il piano industriale verde dell’Ue è ancora in ritardo rispetto agli incentivi miliardari messi in campo da Usa e Cina.

Nel frattempo, il sistema finanziario dell’Unione resta frammentato. Gli investitori europei hanno meno strumenti rispetto ai loro omologhi americani: il 60% delle famiglie statunitensi possiede azioni, mentre in Francia e Germania la percentuale scende al 18%. Risultato? Il mercato dei capitali europeo è più piccolo di quello statunitense del 50%, con le aziende che faticano a raccogliere fondi. La differenza si vede nei numeri: tra il 2010 e il 2023, il valore totale delle azioni emesse dalle aziende europee è cresciuto di appena il 15%, contro il 100% registrato a Wall Street.

Il progetto dell’Unione per il risparmio e gli investimenti (SIU), sostenuto da von der Leyen, punta a cambiare questa dinamica. L’idea è convincere i cittadini europei a investire i propri risparmi, semplificare le regole e creare strumenti finanziari comuni. Ma i problemi non mancano. Ogni Stato membro ha leggi diverse su tassazione e regolamentazione, e Bruxelles non è mai riuscita a creare un supervisore unico per il settore finanziario.

Mercati aperti o solo un’altra illusione?

Bruxelles insiste, e il nuovo piano prevede incentivi fiscali, fondi comuni europei e una supervisione centralizzata. Ma gli Stati membri restano divisi: la Spagna ha radunato una coalizione di sei paesi (Germania, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Polonia) per testare strumenti di investimento comuni, mentre il blocco nordico è più scettico. Il rischio è quello già visto con il mercato unico digitale: tante promesse, pochi risultati concreti.

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Nel 2024, un summit del Consiglio europeo su questo tema si è concluso con un nulla di fatto. Il motivo? Il 70% del sistema finanziario europeo è ancora controllato da banche nazionali e gli Stati non vogliono cedere potere a un’authority unica. Se ne parla da anni, ma il settore è rimasto praticamente immutato dal 2008, quando la crisi finanziaria spinse a centralizzare la vigilanza bancaria sotto la Bce, senza però estendere la supervisione ai mercati finanziari non bancari.

Resta il dubbio principale: l’Europa può davvero convincere gli europei a investire i propri risparmi in Borsa per finanziare un sistema economico in affanno? O si tratta dell’ennesimo tentativo di Bruxelles di tappare falle senza risolvere il problema di fondo, ovvero la mancanza di una vera politica economica comune?

I vertici Ue sperano che la paura – della recessione, della guerra, dell’instabilità – spinga finalmente i governi ad accettare le regole comuni e le persone a cambiare abitudini. Ma la storia recente dimostra che quando si parla di soldi, gli Stati membri si chiudono a riccio e gli europei, più che investire, ritirano i risparmi e cercano rifugi sicuri. Se questa è la grande strategia economica europea, il futuro dell’Unione è più precario di quanto si voglia ammettere.



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