Mercoledì 2 aprile, in quello che ha battezzato «Giorno della liberazione», il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto «dazi reciproci» su un centinaio di Paesi, tra cui l’Unione europea, il Regno Unito, il Giappone e la Cina: le tariffe partono da una base del dieci per cento e arrivano sopra il quarantacinque per cento, come nei casi di Vietnam, Laos e Cambogia.
Nonostante l’ampiezza della misura, che infatti ha scosso i mercati finanziari e accresciuto i timori di una guerra commerciale mondiale, sono state previste delle esenzioni. Non ci saranno infatti dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio, di metalli come l’oro e il rame e di alcuni minerali critici; niente dazi nemmeno sull’energia, cioè sul petrolio, sul gas naturale e sui derivati.
La decisione di “risparmiare” certe materie prime è un singolare atto di cautela all’interno di uno shock generalizzato. Trump ha deciso di venire incontro, in particolare, all’industria oil & gas: la sua amministrazione è consapevole che la superpotenza energetica dell’America non equivale a una piena indipendenza dal resto del pianeta.
È vero che gli Stati Uniti sono i maggiori produttori di petrolio al mondo, ma acquistano comunque dall’estero circa il quaranta per cento del greggio che raffinano: per ragioni storiche ed economiche, la maggior parte delle raffinerie americane è progettata per lavorare varietà di petrolio dette “pesanti” (cioè viscose e ricche di zolfo), che sono diverse da quelle nazionali (il cosiddetto shale oil è “leggero”). In generale, i greggi leggeri hanno prezzi più alti di quelli pesanti, dunque le raffinerie preferiscono lavorare questi ultimi in modo da avere margini di guadagno superiori.
I principali fornitori di petrolio degli Stati Uniti sono il Canada, che vale da solo più del cinquanta per cento del totale delle importazioni, e il Messico, con una quota dell’undici per cento: entrambi i Paesi – non soggetti ai nuovi dazi – producono i greggi pesanti ricercati dalle raffinerie americane, come il Western Canadian Select e il Maya. Ma gli Stati Uniti sono anche degli acquirenti di benzina e di gasolio: li comprano in buona parte dall’Europa, in modo che i carichi raggiungano più facilmente la East Coast, dove gli impianti di raffinazione scarseggiano.
Nonostante le esenzioni, le tariffe di Trump hanno comunque avuto un impatto sul mercato petrolifero: dopo l’annuncio, il prezzo del Brent (il contratto basato sul mare del Nord) ha perso oltre il tre per cento, arrivando a 72,2 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (il riferimento americano) è sceso sotto i 70 dollari. Il calo è legato ai timori degli investitori per lo scoppio di una vasta trade war tra l’America i suoi soci commerciali – l’Unione europea e la Cina hanno anticipato ritorsioni – che potrebbe danneggiare la crescita economica mondiale, e assieme a questa la domanda di energia. «Queste politiche, se mantenute, probabilmente spingeranno l’economia statunitense e mondiale in recessione quest’anno. Consideriamo la piena attuazione di queste politiche come uno shock macroeconomico sostanziale», ha scritto JP Morgan in una nota riportata dalla Cnn.
La politica energetica di Trump punta a due obiettivi, forse contrastanti: da un lato a stimolare l’estrazione di idrocarburi, in modo da accrescere il «dominio» americano sul settore; dall’altro a far scendere i prezzi dei carburanti per i consumatori americani. La diminuzione del prezzo del greggio, quindi, potrebbe venire presentata da Trump come una vittoria personale. Il problema è che le aziende petrolifere americane hanno bisogno di alti prezzi al barile affinché possano trarre profitto dalle loro operazioni e soddisfare gli azionisti, che peraltro in questo momento preferiscono la disciplina fiscale alle spese per le trivellazioni.
L’incertezza creata dai dazi, poi, mette in dubbio i piani dell’OPEC+ sull’aumento della produzione petrolifera da aprile, dopo una lunga fase di tagli per bilanciare il mercato e sostenere i prezzi. Mercato che però, anche per effetto delle nuove tariffe, sembrerebbe tendere verso una situazione di surplus.
Con più barili in circolazione rispetto alla domanda, insomma, verrebbero meno i presupposti dell’organizzazione – che raccoglie alcuni dei principali paesi esportatori, come l’Arabia Saudita e la Russia – per una ripresa dell’output. Ma se l’OPEC+ rinuncia a produrre si espone all’ira di Trump, che aveva già intimato al gruppo di «tagliare il prezzo del petrolio».
Infine, l’Europa. A novembre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva parlato della possibilità di sostituire il gas liquefatto russo, che l’Ue importa ancora in volumi considerevoli, con quello americano: un accordo di compravendita tra Bruxelles e Washington sarebbe gradito a Trump e potrebbe servire a mitigare le tensioni commerciali. Per il momento, comunque, di certo c’è che lo spettro della guerra commerciale ha fatto scendere di circa il cinque per cento i prezzi europei del gas, sui 39,4 euro al megawattora.
***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****
Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link