François-Henri Pinault ha incontrato il ministro Adolfo Urso per discutere la crisi del settore moda in Italia, aggravata dal calo dei consumi e dalla difficoltà di accesso ai finanziamenti. La soluzione proposta dagli esperti è il consolidamento delle filiere produttive per rafforzare la competitività senza perdere l’unicità del Made in Italy
Che cosa faceva François-Henri Pinault dal ministro Adolfo Urso a fine febbraio? L’amministratore delegato del colosso francese Kering, in cui le attività del marchio italiano Gucci pesa per più del 40 per cento del fatturato, ha parlato con il capo del dicastero per le imprese e il made in Italy dei cambiamenti globali (crisi dei mercati asiatici, dazi) che stanno incidendo sulle nuove abitudini di consumo e aggravando la crisi del settore tessile e moda che colpisce soprattutto le filiere: l’indotto produttivo Gucci, ma anche di altri brand tricolore finiti nell’orbita della maison, è ancora per buona parte in Italia e sta annaspando. I fondi stanziati dal Mimit per finanziare i contratti di sviluppo e le varie agevolazioni non bastano per proteggere il settore dagli choc esterni, ci vuole una strategia. Oltretutto, le imprese stanno soffrendo per la carenza di finanziamenti bancari. Non è un mistero che nel momento in cui l’economia arretra, gli istituti di credito stringano i cordoni nel timore di vedere aumentare i prestiti in default. Questo vale per la moda come per altri settori produttivi, ma nel primo caso, più che per tutto il resto, si avverte lo scarso interesse di fondi di investimento e di private equity, che potrebbero portare mezzi freschi, perché questi operatori vanno a caccia di brand e non di fabbriche.
Riccardo Penati, responsabile del settore consumer dell’investment banking del gruppo Unicredit, che a gennaio ha stanziato un miliardo per il settore moda con prestiti che partono da 10 mila euro, ritiene che la strada più efficace per rafforzare la produzione italiana sia il consolidamento dal basso: “Se nelle filiere produttive si diffonde maggiore consapevolezza della necessità di unire le forze, si affronta indirettamente anche il problema della carenza di liquidità”. Fusioni e acquisizioni, dunque, ma con giudizio. Penati viene da Jp Morgan e pur essendo le aggregazioni il suo pane quotidiano, si è convinto che proprio nella moda italiana tali operazioni possano funzionare solo a determinate condizioni, cioè quando terzisti e façonisti riescono a garantire ai brand di Parigi e di Milano, cioè alla committenza, l’unicità dei prodotti. “Nonostante il processo storico che ha portato la Francia ad avere le grandi holding del lusso e l’Italia a esprimere firme prestigiose, ma tutte in cerca di un futuro, il nostro paese ha conservato le filiere produttive che hanno raggiunto uno straordinario livello di diversificazione di tutte le componenti di un abito o di una scarpa.
Un bene prezioso per i grandi marchi che, anche attraverso una cerniera o un bottone, riescono a fare la differenza. Ebbene, le aggregazioni tra imprese che funzionano sono quelle che riescono a fare massa, realizzando anche sinergie di costi, ma senza appiattire la produzione”. Secondo Penati, gli esempi da seguire per preservare le peculiarità italiane, sono il gruppo Florence, nato nel 2020 tra Giuntini, Ciemmeci e Mely’s e che oggi aggrega una ventina di aziende di diverse regioni italiane, e il gruppo MinervaHub (vedere intervista a Matteo marzotto in questa pagina. “Realtà come queste – prosegue Penati – rappresentano un modello anche per la capacità di catalizzare l’attenzione degli investitori ottenendo le risorse necessarie per crescere”. Dunque, l’Italia, che, a differenza della Francia, ha perso l’occasione di un consolidamento tra grandi firme, dovrebbe agire oggi sui livelli produttivi, contando sul fatto che alcuni tipi di operatori stanno guardando con interesse a questi processi per diversificare le proprie attività. “Le differenze caratteriali e di stile hanno impedito fino ad oggi a grande aziende come Armani, Ferragamo, Prada, di trovare un terreno comune – prosegue il banchiere – Ma nelle filiere, esistono spazi di unione, soprattutto nella fascia intermedia, quella degli accessori e dei tanti particolari che determinato il successo di un bene, ma è un processo che deve essere guidato strategicamente affinché l’aggregazione non vada a scapito dell’unicità italiana”.
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