Gli studenti alla scoperta di Pasolini

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I Colloqui Fiorentini, organizzati da Diesse Firenze e Toscana e giunti alla XXIV edizione, trattano quest’anno di Pier Paolo Pasolini in una convention di tre giorni intitolata “Io sono pieno di una domanda a cui non so rispondere” (Firenze, Palazzo Wanny). Si parte con gli interventi di Diego Picano, dello storico Andrea Caspani che parla di Pasolini nella società del dopoguerra, e dello scrittore/docente Alessandro D’Avenia che analizza la narrativa in “Ragazzi di vita”. Si prosegue con la conferenza di Valerio Capasa sulla poesia e dello scrittore Edoardo Rialti sul Pasolini regista cinematografico. Si chiude sabato 1 marzo con Pietro Baroni, docente e direttore dei Colloqui Fiorentini, che tirerà le fila su quella domanda di cui siamo pieni ma «cui non so rispondere». Tutti i pomeriggi i 2.500 ragazzi iscritti lavoreranno in seminari tematici guidati dal comitato didattico dei Colloqui.
Da un quarto di secolo Diesse Firenze e Toscana scandaglia ogni anno l’anima e il messaggio ancora attuale di un autore italiano (Pavese, Buzzati, Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Montale, Calvino, Manzoni, Dante…). Una formula dal successo crescente: «Quest’anno partecipano studenti e docenti da 122 scuole di 17 regioni d’Italia oltre che dalla Romania e dal Portogallo, da diverse università italiane, portoghesi e brasiliane», dice il fondatore e presidente, Gilberto Baroni.
Di Pasolini ricorre quest’anno il 50° anniversario della morte. «Ha vissuto lo scandalo della storia, aspirando ad un assoluto irraggiungibile che per sua disillusa reazione lo spingeva al suo opposto, abbandonandosi ad un erotismo esasperato ed angoscioso», dichiara Baroni. Che cita Oriana Fallaci: «Amavi troppo la purezza e meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione». È così che – conclude Giacomo Baroni – Pasolini si fa interprete della ferita, a volte latente, a volte gridata, dei nostri giovani, ma allo stesso tempo testimonia una inesausta tensione alla verità e alla bellezza.

«Ognuno sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero, perché questo è l’ordine che ha inconsciamente ricevuto…» Liberi per obbligo, che paradosso… Lo intuiva Pier Paolo Pasolini nel 1974, mezzo secolo fa, ma sembra il livido specchio della società attuale, dove folle di individui fotocopia si affannano nell’essere tutti “di moda”, tutti perfetti, tutti accettabili, adeguati alle aspettative. “Mai la diversità (cioè l’essere se stessi) è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza”, scriveva ancora. «Pasolini ha tanto da dire ai giovani di oggi e non stupisce che migliaia di studenti da tutta Italia partecipino ai Colloqui Fiorentini quest’anno dedicati a lui – dice Diego Picano, dottore di ricerca in Letteratura italiana presso l’Università di Cassino e docente di liceo scientifico, tra i relatori del convegno –. L’intera opera di Pasolini convergeva su un preciso interesse: configurare la nostra originalità, ciò che permette di essere se stessi contro il nulla che divora». Pochi mesi prima della morte, sul Corriere della Sera un suo articolo era intitolato “Non avere paura di avere un cuore!”, «e se oggi potesse vedere queste migliaia di ragazzi confluiti a Firenze per lasciarsi mettere in discussione dalla sua arte, userebbe le stesse parole!», afferma il professore.

È un Pasolini così profetico da pagarne il prezzo, troppo moderno e fuori dagli schemi per essere studiato a scuola, complici anche le ombre sulla sua vita e sulla sua morte: distratti da quelle ombre rischiamo di non vedere la luce che le sue opere irradiano. Magari l’anniversario tondo del suo assassinio (2 novembre 1975) farà sì che lo scrittore friulano a giugno ispiri un titolo per la maturità, ma troverebbe impreparato il 99% degli studenti italiani. «Eppure in questi giorni le sue poesie, le pieces teatrali, i romanzi, le regie cinematografiche, chiameranno 2.500 ragazzi a mettere a nudo il loro cuore, infiammato di infinito sin dalla nascita ma continuamente spento dalle mode e dall’uniformità. Ci costringerà a spogliarci delle maschere dietro le quali recitiamo una parte sul palcoscenico del mondo, sui post di Facebook, nei video di TikTok, per cominciare ogni mattina la “tragedia dell’essere”». Una tragedia che nel 1975 denunciava nell’ultima intervista: «Non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra». Parole che i ragazzi oggi sentono drammaticamente vere: conformarci non ci rende felici.

Suggestivo allora è il titolo del convegno fiorentino, citazione del poeta, “Io sono pieno di una domanda a cui non so rispondere”… Nulla ci appare come ce lo aspetteremmo, sorprende quella sua domanda di vero e di infinito, quell’urgenza di amore che commuove perché è anche la nostra, e allora leggiamola, insieme ai ragazzi dei Colloqui: “Che razza di urlo è il nostro”, si chiede Pasolini in Teorema, “è un urlo che vuol far sapere, in questo luogo disabitato, che io esisto”. E in fondo a quell’urlo vibra un fremito di eternità: “Qualunque cosa questo mio urlo voglia significare, esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine”.

Pasolini attingeva sempre al reale, anche il più crudo, perché è lì che si annida il senso vero della nostra essenza, spiega ancora Picano, che cita Medea: “In ogni punto in cui i tuoi occhi guardano, è nascosto un Dio! E se per caso non c’è, ha lasciato lì i segni della sua presenza sacra: o silenzio, o odore di erba, o fresco di acque dolci. Tutto è santo”. In una società dominata dal superfluo, cercava dunque l’indispensabile: “Io sono sempre più scandalizzato dall’assenza di senso del sacro nei miei contemporanei”, scriveva, “la civiltà borghese lo ha sostituito con l’ideologia del benessere e del potere”, gli stessi idoli odierni.

Della poesia in particolare tratta invece Valerio Capasa, autore di un saggio appena uscito, “Pasolini Gaber – Il potere la farsa il cuore” (Ed. Di Pagina). Da anni con i suoi alunni mette a confronto i due autori che «hanno in comune una lucidità rara, nessuno come Giorgio Gaber e Pasolini ha saputo cogliere che cos’era quel “nuovo potere” che ci ha fatto dimenticare l’essenziale, cioè l’anima, per rincorrere le tante

“libertà obbligatorie” che ci inondano di superfluo». Attraverso i suoi versi Pasolini scalza l’ovvio, per lui la poesia è quel “qualcosa di buio in cui si fa luminosa la vita”, non un buio di tenebre ma un mistero inesplorato, «il momento in cui tocchiamo la verità». È proprio in quel buio che noi possiamo uscire dal vizio comodo di catalogare tutte le cose in positive o negative: «Noi nella vita tendiamo a scappare dalla contraddizione, dall’ossimoro, ci fanno paura le cose che il mondo ci fa arrivare già con il segno meno addosso – spiega Capasa –, invece Pasolini ci costringe a guardare nell’oscurità delle nostre anime e del mondo, e lì i ragazzi scoprono qualcosa che è molto più profondo e vero rispetto alle idee con cui ci proteggiamo», la nostra comfort zone.

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Oggi c’è un nuovo fascismo molto più pericoloso di quello vecchio, denunciava lo scrittore, «perché quello era riconoscibile, mentre adesso non ce ne accorgiamo. Quel fascismo era nel potere di pochi gerarchi ma non si insinuava nel profondo delle nostre coscienze, invece la somma delle cose apparentemente innocue che si impadroniscono della nostra vita determinano in noi una mutazione antropologica». Integralista e severo, si riferiva alla televisione, al consumismo, a Carosello, alle mode, persino al Festival di Sanremo… Cosa avrebbe detto oggi, con i social, internet, i cosiddetti influencer?

Rivoluzionario per davvero, Pasolini stesso è un ossimoro vivente e questo spiazza gli studenti, assicura Capasa, li seduce o li respinge, «o ti difendi da lui fino ad odiarlo perché scoperchia qualcosa che avevi nascosto bene, oppure ti senti talmente descritto che da quel momento il tuo sguardo sul mondo sarà per sempre diverso». Certamente non è facile lasciarsi provocare, Pasolini ti scomoda, ti cimenta, “il mondo ti chiede di rinunciare, tu non rinunciare a niente!, ti impediranno di splendere, e tu splendi, invece!”. È una continua contraddizione, credi di averlo capito e lui ti smentisce sempre, «non a caso lo si definisce profetico ma solo quando dice cose che piacciono: profetico, sì, ma peccato il suo no all’aborto, profetico, sì, ma peccato la sua critica ai figli di papà sessantottini…». La vera profezia, però, che nel 2025 ne fa un autore contemporaneo ai nostri ragazzi, è quel bisogno di amore che ci tiene in vita o, se manca, ci fa morire: «Pasolini dice chiaro che chi non è amato si ammala. Senza mezzi termini sostiene che noi oggi siamo così ricchi e sviluppati che dovremmo essere la società più sana, invece paradossalmente siamo la generazione più malata – conclude il saggista –, perché al posto dell’amore abbiamo messo il miraggio di diventare borghesi e questo ci ammala di nevrosi… Lo scriveva negli anni ’70 e lo chiamava un “cataclisma antropologico”. Se non è profezia questa…».

Manichini tutti uguali, macchine che sbattono l’una contro l’altra, automi obbligati a perdere l’essenziale per il superfluo, il sacro per il benessere. Ecco allora l’accorato appello di Pasolini ai giovani incastrati in un destino già scritto, il compito con cui li rimanderà a casa dai Colloqui Fiorentini: “Contro tutto questo voi non dovete fare altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa a essere continuamente irriconoscibili”.





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