Lo chiedevano a gran voce da sempre: folle pensare che non ci fosse. Perché nessuna azienda, nessuna Piccola Impresa, nemmeno la più piccola tra le micro, può andare avanti se non ha un piano. Per raggiungere un obiettivo bisogna avere chiaro dove si vuole andare, come ci si vuole arrivare, con quali risorse farlo: «perché se ho stabilito di andare da Torino a Milano e non ho pianificato a che ora partire, quale strada percorrere e dove fermarmi a fare benzina, con la sola buona volontà rischio di fermarmi alle risaie di Vercelli e non giungere mai a destinazione», ammoniva Cesare Romiti.
Fino a ieri il Lazio quel piano non lo aveva. E le sue politiche industriali rischiavano di non avere una rotta univoca, un percorso chiaro, fermandosi pure loro alle risaie. Ci hanno lavorato con discrezione per mesi a quel piano: Regione Lazio ed industriali. Lo hanno presentato ieri.
Un piano per il Lazio
Un piano industriale per il Lazio con un investimento dalla Regione di oltre mezzo miliardo per il 2025. In termini assoluti sono spiccioli, in termini concreti sono una montagna di soldi se si ragione che a fare impresa non deve essere la regione ma gli imprenditori, tocca a loro metterci i soldi; quelli della regione servono per accompagnarli con una serie di strutture e servizi.
La presentazione è avvenuta a Roma, nella sede della Regione Lazio durante l’evento “La Regione per la crescita: insieme per il Piano industriale del Lazio“. Un’occasione di confronto tra istituzioni, imprese e stakeholder economici: in pratica la presentazione e l’avvio della fase operativa del nuovo Piano industriale del Lazio, promosso da Unindustria e Regione. Il Piano è stato presentato dal presidente di Unindustria Giuseppe Biazzo, assieme al presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, alla vicepresidente e assessore allo Sviluppo economico Roberta Angelilli.
A cosa punta? Ad ottenere entro i prossimi 4 anni «Quasi 1.500 imprese in più (190 medie e 1.260 piccole), 13mila occupati in più nei settori manifatturieri ad alta e medio-alta tecnologia e +7,8 mld di export». Cifre monstre che non sono state messe sul tavolo dalla politica: gli obiettivi infatti li ha elencati il presidente di Unindustria, Giuseppe Biazzo.
La presentazione ufficiale del documento equivale all’impegno ad aprire la fase operativa. Biazzo ha evidenziato che «l’idea era lanciare una strategia facendo emergere le criticità» puntando ad accrescere la competitività, che anche nel Lazio resta «fattore chiave per lo sviluppo economico». Per questo gli industriali ritengono il piano «una grandissima opportunità» ed «indispensabile». Al punto che sono già partiti i primi tavoli di lavoro.
Ottanta schede
Quel piano è composto da più di 80 schede, più volte aggiornate. Un lavoro iniziato con il precedente presidente di Unindustria Angelo Camilli, e che parte da un allarme consolidato: rispetto alle altre regioni, la crescita dell’economia del Lazio è ferma dal 2004, pur restando sempre la seconda d’Italia per Pil. Il Piano è diviso in 3 parti. La prima è dedicata alla analisi della situazione attuale. Inquadra l’evoluzione, le tendenze, le caratteristiche strutturali e le condizioni di contesto dell’economia del Lazio.
È da li che emerge subito «una performance debole dell’economia del Lazio rispetto alle altre regioni negli ultimi 20 anni», con una crescita sostanzialmente ferma dal 2004. Inoltre, sempre negli ultimi 20 anni, una riduzione di un terzo del valore aggiunto dell’industria manifatturiera, riduzione pari a 5 miliardi di euro; una «mancata traduzione del potenziale tecnologico ed innovativo» disponibile in una crescita significativa della produttività. E ancora: una «insufficiente quota di imprese piccole e medie» sul totale delle imprese (prevale una polarizzazione tra micro-imprese e Grandi Imprese). Sono fattori di contesto carenti «che hanno ridotto le possibilità per l’attrazione degli investimenti e di lavoro qualificato», dice il piano.
Gli attivatori
La seconda parte è dedicata ai cosiddetti ‘attivatori‘, cioè sono stati individuati gli ambiti di intervento ed i piani di azione su cui indirizzare l’attenzione e definire la fase operativa. Gli attivatori sono riuniti sotto 4 categorie (Territorio, Attrattività, Risorse per lo sviluppo, Competenze) all’interno delle quali sono contenuti temi come le infrastrutture, le aree industriali, la performance pubblica, il sostegno agli investimenti, l’attenzione per le multinazionali, l’attrazione dei talenti…
Infine la terza parte del Piano: è quella dei Key Performance Indicator (KPI), attraverso cui si arriva a fissare i relativi obiettivi per misurare il successo del Piano. L’obiettivo è quello di fare in modo che il Lazio abbia «le migliori condizioni per una regione che sia di più ‘Terra d’Impresa’ in grado di far crescere le proprie aziende, attrarre nuovi investimenti, valorizzare a pieno le sue eccellenze».
Le cose da fare
Tra i vari progetti in campo, entro marzo la Regione Lazio firmerà con il Comune di Roma la convenzione sul Rome Technopole che stabilirà le tempistiche del progetto. «Ho sentito ieri l’assessore all’Urbanistica di Roma, Maurizio Veloccia, entro marzo firmeremo la convenzione sul Rome Technopole che stabilirà le tempistiche. Sul Rome Technopole ci sono 25 milioni di risorse della Regione più un altro milione (sempre della Regione) per l’efficienza amministrativa», ha detto la vicepresidente Angelilli.
A a proposito di risorse disponibili, Angelilli ha detto che il budget 2024 è stato fissato a 210 milioni di euro, di cui 85 come strumenti finanziari, mentre quest’anno raddoppia, passando a 423 milioni, di cui 250 per le imprese e il resto per strumenti finanziari. Ma «sarà un Piano industriale di successo solo se faremo squadra».
C’è un concetto che è stato messo bene in chiaro: la Regione non finanzia le aziende e non mette i soldi dei cittadini laziali nelle mani delle imprese: non torneranno gli anni del “prendi i soldi, alza il capannone e scappa” che hanno caratterizzato la stagione dei Settanta in buona parte del Lazio sud. Si finanzieranno i progetti e si guarderà la sostanza delle cose: «Noi non finanziamo le multinazionali come Stellantis, ma finanzieremo l’indotto. Stiamo elaborando i bandi relativi, che presenteremo, ma parliamo di 16 milioni per sostenere la filiera dell’indotto Stellantis e l’automotive» ha detto la vicepresidente Roberta Angelilli.
Non solo. «La prossima settimana saremo a Bruxelles, anche con Unindustria ed a giugno presenteremo la piattaforma operativa per l’attrazione degli investimenti e a settembre ci saranno gli stati generali della logistica».
Il ritardo da colmare
Da quando è uscito Francesco Storace dalla Regione è iniziata la fase del riordino per i conti della Sanità: una voragine da 10 miliardi di euro che si è scavata con il passaggio dal vecchio al nuovo criterio europeo con cui concepire i Bilanci degli enti pubblici. Praticamente è da allora che non si fa più un’infrastruttura nel Lazio. Per questo Francesco Rocca ha evidenziato che il Lazio deve recuperare «un gap infrastrutturale, specie sul fronte dei collegamenti ferroviari e stradali, che la seconda regione italiana per Pil non merita assolutamente. Basti pensare alla Roma-Latina: un’opera che è la ‘Salerno-Reggio Calabria’ laziale».
Come pure «è imbarazzante» la situazione del porto di Civitavecchia, nel tempo si e’ spostato sull’area di Livorno ciò che poteva essere in quella di Civitavecchia. Per il governatore «anche la digitalizzazione è un gap da superare» così come la sburocratizzazione ed accompagnare le imprese laziali a proiettarsi sui mercati esteri. Con un principio base: «far fare a chi sa fare, questa è la vera responsabilità che chi fa politica deve assumere». Un ruolo centrale ora lo assumerà il Consorzio Industriale.
Il nuovo ruolo del Consorzio
È arrivato il momento del Consorzio Industriale del Lazio. «Entro il 31 marzo lo definiremo con una proposta di legge», ha detto il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Per il Consorzio è quasi ultimata la transizione alla sua seconda vita. La prima gliela diede Francesco De Angelis, politico Dem di lungo corso che nella fusione dei Consorzi industriali del Lazio vide tutta la potenzialità di un coordinamento complessivo sulle politiche industriali e la loro messa a terra. Non più interventi a macchia di leopardo nei quali ognuna delle cinque aree industriali pensava a sviluppare le proprie potenzialità: De Angelis vide l’enorme possibilità di crescita se quegli interventi fossero stati orchestrati da una realtà centrale che avesse una visione di prospettiva complessiva ed ampia.
Se De Angelis ha fatto la fusione a mettere gli anfibi a terra è stato il professor Raffaele Trequattrini, l’economista dell’Università di Cassino che gli è succeduto al timone del Consorzio. È lui ad avere avviato il piano per l’allargamento ulteriore dell’ente coinvolgendo realtà fondamentali come Roma. E come il sistema portuale Civitavecchia – Fiumicino Gaeta – Formia. Ed è lui ad avere impostato una razionalizzazione economica della struttura per portarla ad avere un’autonomia nella quale non possano generarsi buchi nei bilanci.
Non ciociarocentrico
«Deve essere uno strumento per la crescita delle imprese e coinvolgere tutti i territori, a partire da quelli ora esclusi», ha spiegato Francesco Rocca. Il Consorzio «Non può essere bloccato dalle poltrone, deve essere una questione di visione. Vogliamo che ci sia un confronto serrato, aspro se necessario, con le amministrazioni locali e che nessuno si senta escluso. Deve essere uno strumento rigenerato, a servizio della politica industriale e per lo sviluppo e non a servizio della politica».
«Le politiche industriali di una regione non possono essere decise da una sola provincia». Il riferimento è a Francesco De Angelis, rimproverato tra le righe di avere concepito un colosso ciociarocentrico.
***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****
Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link