Smart working a Roma, come funziona nel pubblico e nel privato

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Alcune grandi aziende lo avevano introdotto ben prima della pandemia come modello in grado di garantire ai dipendenti un miglior bilanciamento tra vita lavorativa e familiare, mentre per molte realtà – soprattutto pubbliche – è stato il periodo buio del Covid a dare l’input. Lo smart working per evitare gli spostamenti, garantire il distanziamento: tutti lontani da mezzi pubblici e uffici oltremodo gremiti, sale riunioni troppo piccole per non contagiarsi. 

Nei quattro anni seguenti, quella che era una misura emergenziale, è stata introdotta nei contratti collettivi nazionali, messa al centro di quelli individuali, indicata come strumento utile a contrastare l’inquinamento, il sovraffollamento delle grandi città, la congestione della viabilità e del sistema del trasporto pubblico. Soprattutto a Roma dove si concentrano grandi aziende, ministeri, dipartimenti e uffici comunali. 

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Una città che deve vedersela anche con i grandi flussi straordinari legati al Giubileo. Da qui l’accordo tra sindacati e privati per aumentare la percentuale settimanale di giorni con lavoro da remoto concessi ai dipendenti. Coinvolti anche uffici comunali e partecipate. 

Con la scadenza dell’intesa, i sindacati sono tornati in pressing sul Campidoglio perché si dia vero impulso allo smart working. Soprattutto in concomitanza con gli eventi clou dell’Anno Santo. 

La situazione in Atac, Ama e Acea

Chiesto di più ad Ama e Atac, le due municipalizzate che sullo smart working hanno fatto un passo indietro. Nell’azienda dei trasporti i mille amministrativi che facevano due giorni a settimana di smart working adesso ne fanno soltanto uno. In Ama invece hanno avuto accesso a due giorni di smart working a settimana solo 400 su 900 impiegati, ma ad oggi la regola è un solo giorno da remoto a settimana. Non solo: nella municipalizzata che si occupa di rifiuti il giorno di smart working non può essere fruito se nella settimana in questione cade una festività o si prende un giorno di ferie. 

In Acea la sperimentazione dello smart working è partita nel 2017, quando per determinate categorie di lavoratori con attività smartabili è stato accordato un giorno a settimana di lavoro da remoto. 

Ama, Atac e Acea preferiscono l’ufficio. A Roma lo smart working non decolla

Subito dopo la fase pandemica i sindacati hanno sottoscritto un accordo strutturato definito new normal. “Un’intesa – spiega a RomaToday Walter Di Cesare della Filctem Cgil Roma e Lazio – che regolamentava le percentuali di smart working rispetto alla fase di normalizzazione. Non abbiamo dunque legato il lavoro da remoto a giornate fisse ma abbiamo puntato sulla flessibilità per rendere il tutto più coerente alle necessità dei lavoratori, alla visione e organizzazione della dirigenza”. L’accordo prevede smart working dal 20 al 60% dei giorni a settimana, con aree specifiche che arrivano anche all’80%. “Oggi abbiamo una fruizione al 40%” quindi due giorni a settimana. La conditio sine qua non è che si vada almeno un giorno in presenza e si resti almeno un giorno in smart. “Anche qui in Acea abbiamo chiesto di valutare la possibilità di estendere l’utilizzo del lavoro da remoto durante le giornate più critiche per la città”. 

Ministeri e Istat

Al Ministero dell’Interno la media è di due giornate a settimana di smart working. “Poi dipende sempre dal dirigente. Diciamo minimo uno, massimo quattro” ci racconta una lavoratrice. In altri ministeri i giorni da remoto concessi sono dagli 8 ai 10 al mese da fruire anche consecutivamente. 

In Istat, dove in passato c’era stata una grande mobilitazione pro smart working, è stato raggiunto un accordo che prevede 20 giorni di smart working calcolati sul bimestre, 4 in più per chi si trova in particolari condizioni: lavoratori fragili, care giver, persone con figli sotto i 14 anni, residenti lontano dal luogo di lavoro. Chi ha figli più piccoli di 3 anni può contare su un rientro a settimana in ufficio. 

“L’atteggiamento dell’amministrazione è cambiato, ci siamo venuti incontro non senza difficoltà. Quest’anno confidavamo nel fatto che con il Giubileo si potesse implementare il ricorso al lavoro agile ma non è stato così. Queste percentuali non ci soddisfano del tutto” spiega Lorenzo Cassata della Flc Cgil dell’Istat. 

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I dipendenti della Regione Lazio

Sul piede di guerra invece i dipendenti della Regione Lazio. Per tutti sono stati fissati soltanto 6 giorni al mese di lavoro agile con un’ulteriore possibilità di massimo 2 giorni ma solo in circostanze straordinarie e previa approvazione del dirigente.

“Questa rigidità, priva di motivazioni oggettive, non solo penalizza i dipendenti, ma ignora anche i risultati positivi ottenuti da questa amministrazione che ha saputo in questi anni integrare il lavoro agile in modo proficuo. È del tutto evidente che il lavoro agile rappresenta una risposta adeguata alle sfide moderne, specialmente in un contesto come quello attuale, caratterizzato da un incremento del turismo e della mobilità a Roma e nel Lazio, in concomitanza poi con il Giubileo che sottoporrà a forti disagi la popolazione della nostra Regione” hanno scritto in una nota Cgil Fp e Uil Fpl. Sono stati 1400 i lavoratori a sottoscrivere la richiesta di 10 giorni mensili di smart working, comprensivi di buoni pasto. 

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I privati che tornano indietro 

E se il pubblico, seppur a rilento, cerca di liberarsi da schemi rigidi e antiquati sono alcune grandi aziende private a far registrare un passo indietro. Su tutte Amazon. Dipendenti in ufficio per il colosso dell’e-commerce che tuttavia a Roma e nel Lazio ha perlopiù magazzini e centri di smistamento, dove le attività che si possono svolgere da remoto sono davvero poche. “Il ritorno in ufficio vuole contribuire a rafforzare la nostra cultura e assicurarci che i nostri team siano meglio connessi tra di loro. Prima della pandemia, non tutti i dipendenti venivano in ufficio cinque giorni a settimana, ogni settimana: potevano lavorare da remoto se, ad esempio, avevano un’emergenza a casa o se avevano bisogno di un giorno o due per lavorare a un progetto in un ambiente tranquillo. Questo è da intendersi valido anche in futuro” ha fatto sapere l’azienda interpellata sul tema. 

Unipol elimina lo smart working

Ancora aperta la battaglia in Unipol. L’azienda ha deciso di eliminare lo smart working come modello organizzativo. “Ma lo smart working – ha sottolineato la Fisac Cgil – è uno strumento fondamentale per garantire un equilibrio tra tempi di vita e di lavoro, obiettivo prioritario per chi lavora e per un sistema produttivo moderno. Le performance aziendali sono infatti migliorate con l’introduzione dello smart working, che costituisce oggettivamente un modello attrattivo per le nuove generazioni. Abbandonare questa modalità di lavoro come modello organizzativo non solo è assolutamente privo di logica, ma è anche controproducente e quasi antieconomico per un’azienda come Unipol. Questa decisione contrasta anche con la politica socialmente sostenibile e ambientalista più volte sbandierata dall’Azienda, perché sappiamo tutti che eliminare lo Smart Working significa aumentare l’uso delle automobili private per raggiungere il luogo di lavoro, con evidenti ripercussioni sia su chi lavora che sull’ambiente”. 



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