Welfare, il motore dello sviluppo

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Il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nel suo intervento del 20 febbraio in occasione della presentazione del Rapporto “Sussidiarietà e Welfare Territoriale” della Fondazione per la Sussidiarietà, ha affermato: “Il sistema di welfare non è solo uno strumento di equità sociale, ma anche un motore essenziale per lo sviluppo economico di un Paese. In un contesto caratterizzato da informazione imperfetta e mercati finanziari incompleti, il welfare riduce l’incertezza, mettendo le persone nella condizione di poter assumere rischi, ad esempio avviando un’attività imprenditoriale innovativa.



Allo stesso modo, un sistema di istruzione pubblica permette a tutti, indipendentemente dalle disponibilità economiche, di sviluppare e mettere a frutto il proprio talento. Più in generale, quando garantisce la parità nelle ‘opportunità di partenza’, il sistema di welfare valorizza il capitale umano della società, contribuendo così ad aumentare il potenziale economico complessivo”.

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Questa affermazione è metodologicamente rilevante perché connette aspetti del sistema socio-economico che spesso vengono analizzati separatamente e in maniera distorta. Nella narrazione comune, diffusa non solo dai media ma anche da molti studiosi e maîtres à penser, lo sviluppo è generalmente associato a fattori come la finanza, gli investimenti in infrastrutture e macchinari, l’efficienza della burocrazia pubblica, la forza politica e militare delle nazioni, o il possesso di materie prime e fonti energetiche. Il sistema di welfare, in questo schema, è spesso relegato a un ruolo secondario: una conseguenza dello sviluppo economico piuttosto che un suo fattore determinante.



Tale approccio rischia però di inceppare il motore stesso dello sviluppo. Se le risorse pubbliche generate dalla tassazione diminuiscono a causa di un rallentamento economico, si potrebbe essere tentati di smantellare il welfare state così com’è stato concepito negli ultimi cento anni in Italia e in Europa. Tuttavia, il welfare non è un lusso, ma un investimento strategico, come dimostrato da Esping-Andersen (1990): i Paesi con sistemi di protezione sociale più solidi hanno maggiore resilienza economica e capacità di innovazione.

La nostra Costituzione, così come le legislazioni di molti Paesi europei, definisce il welfare con tre aggettivi chiave: universalistico, equo, e capace di garantire l’uguaglianza. Tuttavia, in periodi di scarsità di risorse si tende a dimenticare le fasce di popolazione più vulnerabili: le grandi città ricevono più servizi rispetto alle aree periferiche; il Nord ha più accesso rispetto al Sud; chi ha un livello di istruzione più alto beneficia di maggiori opportunità rispetto a chi non lo ha.

Ciò porta a disuguaglianze strutturali evidenti: solo il 30% dei bambini in Italia ha accesso a un asilo nido, le famiglie con disabili sono sempre più povere, e già il 20% della spesa sociale è di origine privata, quasi interamente a carico delle famiglie.

Cosa accadrà a un continente che, pur avendo solo l’8% della popolazione mondiale, spende il 58% delle risorse globali per il welfare? Ci ridurremo a un sistema in cui solo chi ha i mezzi può vivere bene?

La visione di Panetta sembra delineare un nuovo paradigma. Protagonista dell’economia sostenibile non è più un individuo considerato una risorsa da sfruttare e poi espellere come uno scarto, ma la persona nelle sue relazioni sociali, in ogni fase della vita.

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Se le famiglie e le reti sociali vengono supportate nell’accudimento fin dall’infanzia, nell’accesso ad alloggi dignitosi, nella formazione permanente per adattarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro e in un sostegno attivo agli anziani, la capacità di lavorare e creare sviluppo crescerà esponenzialmente.

In questo senso, cruciale è l’accenno del Governatore all’investimento in capitale umano. Come dimostrano Heckman & Krueger (2003)  investire nell’istruzione e nel supporto alle famiglie non solo migliora la qualità della vita, ma genera ritorni economici elevati nel lungo periodo.

Allo stesso modo, il welfare non è solo un meccanismo di redistribuzione economica, ma anche un fattore di coesione sociale. Come argomentato da Robert Putnam (2000) una società con alti livelli di welfare promuove fiducia reciproca e partecipazione civica, elementi essenziali per la stabilità e la crescita sostenibile.

Il legame tra welfare e istruzione è particolarmente rilevante. Molti, nel nostro Paese, continuano a considerare la scuola e l’università come spese sociali anziché investimenti strategici per il futuro. Tuttavia, numerosi studi dimostrano il contrario. Hanushek & Woessmann (2015), evidenziano come i Paesi che investono in un’istruzione di qualità abbiano tassi di crescita più elevati e maggiore competitività globale.

Se il sistema di welfare garantisce supporto alle famiglie affinché i giovani talentuosi possano accedere all’istruzione superiore e alla formazione professionale, l’aiuto ai bisogni della popolazione diventa anche un volano per la produzione di nuove risorse.

La visione del Governatore Panetta, che riprende e approfondisce i principi presenti nei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta sulla ripresa dell’Europa, offre una prospettiva innovativa sul rapporto tra welfare e sviluppo economico.

L’ordine sociale fondato sulla reciprocità fraterna e sulla cooperazione non solo è superiore a quello basato sul mero scambio di equivalenti secondo le logiche di mercato, ma lo ingloba e gli conferisce forma e sostanza. La reciprocità non è un elemento accessorio, ma il fondamento stesso del mercato, in quanto genera il capitale sociale necessario affinché gli individui possano imparare a fidarsi, a collaborare e a intraprendere relazioni economiche su basi più solide (Putnam, 1993).

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