Da Roccaraso a Venezia, come sopravvivere al turismo di massa e da social

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La prima a essere invasa è stata Roccaraso, località montana abruzzese, dove più di diecimila persone il 26 gennaio hanno calpestato una poltiglia di fango e neve, “spinte” da una tiktoker napoletana. Poi è stata la volta di Venezia, complice il carnevale: migliaia e migliaia di persone hanno letteralmente preso d’assalto ponti e calli per un selfie con le classiche maschere. Non c’entrano forse i social, ma Roma, Napoli, Firenze soffrono sotto il peso del cosiddetto overtourism.

Precisiamo, l’invasione del turismo di massa, spinto letteralmente dai social, non è un fenomeno tipicamente italiano. In Giappone alcune prefetture sono da tempo in ostaggio dei cacciatori di fotografie da pubblicare sulle varie piattaforme.

La domanda a questo punto è: siamo di fronte a un allarme da turismo social, da turismo di massa? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Abruzzese, mediologo e professore emerito dell’Università Iulm di Milano, già professore ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi.

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Quando è nata l’invasione delle città

“Quello del turismo di massa non è un fenomeno soltanto del presente. Le grandi metropoli sono nate grazie ai flussi di persone che abbandonavano la campagna, un movimento centripeto lungo, al quale dobbiamo, in qualche modo, anche la bellezza e la ricchezza dei grandi centri urbani metropolitani”. Poi “siamo arrivati a un rovesciamento” ovvero “chi ha iniziato ad abitare i grandi centri urbani, abbandonati dai residenti storici, oggi vive esattamente un’altra volta la difficoltà di essere assediati da flussi”, che “sono diventati di dimensioni tanto enormi da rendere difficile la vita dei residenti”.

Come i social hanno cambiato i consumi

Fino a quando non c’è stata l’avvento dei social, che “moltiplicano l’intensità di questi processi”. “La cultura social è vorace, ha bisogno delle immagini, di alimentarsi continuamente di immagini nuove”, analizza Abruzzese. “Questi turisti che invadono Venezia, Roma, tutti i nostri centri storici, portano una cultura del consumo molto rapace e anche di breve periodo, che davvero contrasta con il bisogno che gli abitanti del centro avrebbero di continuare a vivere in modo abbastanza tranquillo le loro residenze”.

Centri storici e consumi glocal

C’è a questo punto da chiedersi se questa nuova forma di turismo così aggressivo lascia soltanto scorie oppure, invece, ha delle ricadute comunque positive. Il professor Abruzzese invita a “guardate il centro di Roma, devastato da negozi concepiti proprio per questo consumo glocal, di gente di ogni luogo, di ogni di ogni paese, che passa e continua a comprare cose che non hanno più niente a che vedere né con la cultura locale né con gli stili delle culture locali. Sono delle devastazioni della cultura e del gusto”.

L’identikit del turista social

Ma qual è l’identikit del turista che si muove sull’onda dei social? “Diciamo social e diciamo tutto”. In pratica a suo dire siamo di fronte a “un ceto sociale che si può permettere di viaggi turistici di massa, nuovi turisti che raccolgono nel giro di pochi giorni un bisogno di distrazione interamente dettato dalle immagini che hanno continuato a vedere quotidianamente sui loro telefonini o in televisione, che a loro volta sono diventate mete riconosciute collettivamente”. Ed è così che “Roma, Venezia, tanto per fare alcuni esempi, sono diventati dei beni di consumo di distrazione”. In pratica ci troviamo di fronte a “masse rapaci che trascorrono pochi giorni e che si ricambiano continuamente”.

Come controllare il fenomeno

“Naturalmente i locali sono sempre più respinti, soffocati da queste forme”. Ma un turismo del genere, così esasperante e aggressivo, può essere governato? “Tentativi per regolare i flussi vengono fatti ormai da tempo – risponde Abruzzese – per esempio a Venezia, però sono tentativi molto deboli, di scarsa efficacia rispetto all’effetto negativo che queste forme di invasione rappresentano. Quindi non resta che arrendersi, forse. “L’unico modo per frenare questa dinamica sarebbe quella da film fantascientifico: l’idea di città famosa e ricche di beni culturali che recintano la loro proprietà, filtrano e selezionano”.

Turismo esasperante, flussi oceanici di persone, centri storici sotto assedio, senso di oppressione sono i sintomi di una sofferenza evidente, ma c’è chi coglie, invece, una possibilità di guadagno. A Roma, per esempio, i proprietari hanno trasformato le seconde case in strutture ricettive per turisti a discapito di famiglie e studenti fuorisede. “Incrementano quei flussi di turisti che penetrano nella città”, risponde Abruzzese.

Come evolverà il fenomeno

C’è la curiosità di sapere come evolverà il fenomeno, se avrà vita breve, che cosa potrebbe cambiarlo in futuro. “Soltanto delle crisi, delle grandi catastrofi, un virus possono interrompere questo genere di catastrofe. Sono queste le cause che nel futuro questi fenomeni possono essere distrutti oppure rinascere continuamente”. Praticamente “in un periodo di grande povertà, di carestia di beni, naturalmente il turismo ne risentirà”, “mi sembrano dinamiche autodistruttive dei nostri sistemi sociali, abbastanza irrefrenabili come le dinamiche di guerra”.

Dagli opinion leader agli influencer

Un tempo avevamo gli opinion maker e gli opinion leader che formavano coscienze addirittura gusti, spesso ci indirizzavano verso il bello. Oggi abbiamo gli influencer, i tiktoker, che spingono flussi di persone. “Sono fenomeni che vengono naturalmente prodotti dalle esigenze del mercato immobiliare, del mercato delle vacanze, del tempo libero e con questi si intrecciano anche tutti gli altri dispositivi, diciamo culturali”.

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