Schlein, Conte e l’idea (rediviva) di far piangere i ricchi

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Stagione che incontri, patrimoniale che trovi. A riaprire il dibattito sulla necessità di una tassa sui patrimoni dei più ricchi ci ha pensato Nicola Fratoianni. “Io penso che in questo Paese è arrivato il momento di un’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze che non possiamo rinviare più. Mi rivolgo anche ai compagni e alle compagne dell’opposizione” ha detto il segretario di Sinistra Italiana sul palco di un evento organizzato dall’Università Treccani, dedicato alla lotta alle disuguaglianze. 

Una proposta che ha ricevuto una timida risposta da parte degli alleati. Per Schlein “non è un tabù, ma – ha aggiunto la segretaria dem – la proposta va fatta almeno a livello almeno Ue”. Più timido Giuseppe Conte che ha puntualizzato che un’imposta di questo tipo andrebbe fatta a livello globale, o “quantomeno a livello Ue”.

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Quel che è certo è che l’imposta torna ciclicamente nel dibattito politico, a sinistra come proposta, a destra come spauracchio, ormai da decenni. Ma nessuna misura in questo senso è stata mai attuata, mentre le differenze di ricchezza tra i più ricchi e i più poveri hanno continuato ad allargarsi. 

Un paese di ereditieri  

Per prima cosa bisognerebbe intendersi sui termini. Le cosiddetta patrimoniale è un’imposta sul patrimonio personale e generale delle persone fisiche. È sostanzialmente una misura volta a redistribuire la ricchezza e sfavorire le rendite, configurandosi come un’imposta che non grava sui redditi da lavoro, bensì sul capitale detenuto dal contribuente a titolo di beni mobili e immobili. A essere colpiti da imposte di questo tipo possono essere i grandi capitali finanziari, l beni immobiliari e mobiliari, come ad esempio le auto di lusso e via dicendo. 

E a essere tassata è anche la cosiddetta “successione”, ovvero l’iter legale che serve per entrare in possesso di una determinata eredità. Il problema è che da noi il valore delle imposte di successione è nettamente inferiore al resto d’Europa. La tassa fu reintrodotta in Italia dal governo Prodi nella finanziaria del 2007, ma nel 2021 ha generato un gettito pari solo allo 0,05 per cento del Pil, secondo uno studio realizzato dall’Osservatorio per i conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano. La differenza con la media Ocse è evidente, così come quella con Paesi come Francia e Belgio, dove le tasse di successione arrivano a valere rispettivamente lo 0,74 e allo 0,72% del Pil.

Una distanza abissale che la destra ha sempre rivendicato come successo, con Silvio Berlusconi che è riuscito a lasciare ai suoi figli un patrimonio quasi esentasse. 

Patrimoniale: eterna chimera della sinistra, e grimaldello della destra 

Ma, mentre a destra si è lavorato per detassare i patrimoni, a sinistra si è andati avanti con toni talvolta anche “barricaderi”, ma con pochi risultati di sostanza. In molti ricorderanno un manifesto affisso in molte città italiane. Era il 2006, l’Italia era governata da Romano Prodi e Nichi Vendola, era a capo di Rifondazione Comunista, che faceva parte della maggioranza di governo. Nonostante ciò si decise di riempire le piazze italiane con uno slogan mutuato da una telenovela anni ’70. Il governo, composto da una maggioranza traballante, cadde poco più di un anno dopo, la sinistra radicale diventò “arcobaleno” per poi dissolversi poco dopo. A Palazzo Chigi tornò invece Silvio Berlusconi. 

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Tasse patrimoniali globali e la “Tobin Tax”, una legge sulle transazioni finanziarie oggi applicata in maniera molto blanda in Italia, erano invece nell’agenda del cosiddetto movimento “no global” all’inizio degli anni Duemila. L’intuizione era che, per applicare una tassazione contro grandi patrimoni e multinazionali, si potesse agire solo in ambito globale. Ma, mentre le nuove tecnologie hanno fatto crescere il ruolo della speculazione finanziaria globale, la legislazione non è andata di pari passo.

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A sinistra si è deciso invece più volte di insistere su una generica tassa patrimoniale, anche su scala nazionale, soprattutto nei momenti di maggiore crisi, ma in modo per lo più vago, senza avanzare proposte concretamente realizzabili.

Nel 2012, intervistato dal Corriere della Sera, l’allora segretario della Fiom, Maurizio Landini, in piena crisi economica si diceva favorevole a reperire risorse: “Con una Tobin tax, dai capitali scudati, istituendo una vera patrimoniale”.

Ma echi di patrimoniale erano stati evocati anche dall’ex segretario del Pd Walter Veltroni nel suo discorso al Lingotto di Torino nel 2011. Nel 2014 era invece l’allora segretaria della Cgil, Susanna Camusso, a chiedere “una patrimoniale per fare ripartire l’Italia”. Più recentemente Enrico Letta, allora segretario del Pd, si era detto favorevole a una tassa sui patrimoni plurimilionari per lasciare una “dote economica ai più giovani”. Era l’estate del 2022: di lì a poco Giorgia Meloni avrebbe vinto le elezioni e Letta si sarebbe dimesso da segretario.

Sì, perché più che produrre risultati concreti, l’evocazione di una generica “tassa patrimoniale” è stata spesso agitata come spauracchio. Ad avvantaggiarsene è stata, negli anni, la destra berlusconiana, con il centrosinistra costretto spesso a rassicurare gli elettori per evitare debacle elettorali. Nel frattempo, la distribuzione del reddito è diventata in Italia sempre più diseguale.

Una ricchezza sempre più polarizzata e l’unica “patrimoniale” realizzata 

Nel 2024, il 5% più ricco delle famiglie italiane deteneva il 47,7% della ricchezza nazionale, possedendo quasi il 20% in più rispetto all’ammontare complessivo detenuto dal 90% più povero. Un divario che non ha fatto che aumentare anno dopo anno.

Un trend, secondo Oxfam, nettamente superiore rispetto alla media globale e che raramente deriva dal “merito”. In Italia, il 63% della ricchezza dei miliardari è ereditata, rispetto al 36% a livello mondiale. Non solo: nel 2024, i miliardari italiani hanno visto un aumento complessivo del loro patrimonio di 61,1 miliardi di euro, raggiungendo una ricchezza complessiva di 272,5 miliardi di euro, distribuita tra appena 71 individui.

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Ma il problema è l’estrema “fluidità” di questi capitali, che possono essere spostati spesso con pochi click da un continente all’altro, rendendone non semplice la tassazione. In molti sottolineano che in Italia l’unica “patrimoniale” strutturale degli ultimi 40 anni fu quella di Giuliano Amato. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992, l’allora premier socialista prelevò il 6 per mille dai conti correnti degli italiani. Un’azione fulminea per evitare la fuga dei grandi capitali e salvare la lira, colpita dall’attacco speculativo dell’epoca. La sua popolarità scese a picco, ma l’operazione riuscì. In Italia ci si chiamava ancora con i telefoni a gettone.

Nel frattempo negli ultimi anni il tasso di povertà è quasi triplicato e oggi un italiano su dieci è in condizioni di indigenza. E mentre di patrimoniali si continua a parlare in modo generico, senza proporre misure concrete ed effettive, anche la progressività fiscale è sempre più in crisi, anche per quanto riguarda i redditi. Si è passati così dalle 34 aliquote progressive del 1974 alle tre attuali. E a piangere, da 30 anni a questa parte, sono soprattutto i poveri. 



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