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L’attuazione del Pnrr “procede nei tempi previsti e nel rispetto degli obiettivi concordati: nel 2024 il ministero della Giustizia ha positivamente raggiunto tutte le milestone e i target previsti“. Così affermava Carlo Nordio nei discorsi pronunciati all’inaugurazione dell’anno giudiziario, sia il 24 gennaio in Cassazione sia, il giorno dopo, alla Corte d’Appello di Napoli. Ma a contraddire il ministro, paradossalmente, è un testo depositato da lui stesso nella medesima occasione: la relazione sull’amministrazione della giustizia, un malloppo di 783 pagine in cui il dicastero sciorina – come ogni anno – statistiche e risultati ottenuti in tutti i settori di competenza. Nel documento, come ha notato il Foglio, si ammette che l’Italia ha mancato uno dei due obiettivi intermedi da raggiungere entro dicembre 2024: l’abbattimento del 95% dell’arretrato civile accumulato dai Tribunali nel 2019. E anche i target del 2026 sono a forte rischio, perché i fascicoli pendenti, invece di diminuire, aumentano: a sorpresa, nel 2024 i procedimenti civili aperti sono cresciuti del 3,5% rispetto al 2023. Un quadro che potrebbe rendere più difficile ottenere i futuri finanziamenti europei, a partire dalla settima rata da 18,3 miliardi, già richiesta dal governo e condizionata proprio alle scadenze del secondo semestre dell’anno scorso.
L’ammissione del fallimento si trova a pagina 159 della relazione di Nordio, all’inizio della sezione dedicata allo “Stato di attuazione delle misure del Pnrr”. I target da raggiungere al 31 dicembre, viene ricordato, erano due: la riduzione del 95% del numero di cause pendenti da più di tre anni nel 2019 presso i Tribunali civili (in totale 337.740) e la riduzione del 95% del numero di cause pendenti da più di due anni nel 2019 presso le Corti d’Appello civili (in totale 98.371). Al 31 ottobre 2024, si legge, “la riduzione registrata era del –91,7% per i Tribunali e del -99,1% per le Corti d’Appello”: il secondo obiettivo quindi è stato raggiunto, ma il primo, il più importante, no. Il Guardasigilli riconosce l’insuccesso, ma tenta di minimizzarlo – curiosamente – dando la colpa ai migranti, cioè ai troppi fascicoli sulle richieste d’asilo: “Il target è in procinto di essere conseguito e a riguardo occorre tenere conto che la pendenza residua riguarda materie più complesse e in alcune sedi distrettuali di Tribunale una quota consistente è rappresentata da procedimenti in materia di protezione internazionale“, scrive nel documento. Poi annuncia una sorta di commissariamento dei Tribunali “fannulloni”, a cui viene imputato di non saper organizzare il lavoro: “Il ministero sta svolgendo un monitoraggio specifico della capacità di smaltimento dei Tribunali la cui variazione di pendenze civili è risultata significativamente inferiore rispetto alla media, svolgendo altresì un’azione di affiancamento volta a sollecitare l’adozione di interventi organizzativi da parte degli uffici giudiziari interessati”.
Il dato più sorprendente però è citato in fondo al documento, nell’allegato sulle statistiche nazionali. Qui il ministero segnala che nel 2024, dopo tre anni di calo costante, le pendenze complessive nel settore civile sono tornate a crescere: “Il numero totale di fascicoli civili pendenti alla fine del 2024 è risultato pari a 2.817.759, con un aumento rispetto all’anno precedente del 3,5%”, cioè di quasi centomila cause. Un effetto da un lato dell’aumento delle iscrizioni, cioè del numero di procedimenti aperti nei vari uffici (+6,5%), e dall’altro del calo delle definizioni, cioè dello smaltimento di fascicoli (-2%). Per effetto di questa dinamica il clearance rate, il rapporto tra i procedimenti iscritti e quelli definiti, è tornato inferiore a 1 (0,99), valore che indica un accumulo di arretrato. Una circostanza che non fa ben sperare in vista del target finale del Pnrr, fissato al 30 giugno 2026: la riduzione del 40% della durata media dei processi civili rispetto al 2019, quando ammontava a 2.512 giorni (quasi sette anni). La relazione mostra già un certo ritardo sulla tabella di marcia: “Gli ultimi dati disponibili, aggiornati al I° semestre 2024, indicano una riduzione pari al 22,9%“, con una durata media scesa a 1.936 giorni. Nell’arco degli ultimi due anni, quindi, bisognerebbe in sostanza raddoppiare il risultato ottenuto nei primi quattro e mezzo. Difficile, soprattutto se il carico di lavoro aumenta invece di diminuire.
Un altro obiettivo che preoccupa il governo è la digitalizzazione del processo penale di primo grado, da completare entro il dicembre 2025. Le sperimentazioni messe in campo finora sono state disastrose: “App” (Applicativo per il processo penale), il software sviluppato dal ministero allo scopo, si è rivelato tecnicamente inutilizzabile, costringendo i capi di Tribunali e Procure in tutta Italia a rinviare la sua parziale entrata in vigore, prevista dal 1° gennaio per una lunga serie di procedimenti. Nordio ha tentato anche in questo caso di scaricare il flop sui magistrati, parlando all’anno giudiziario di “resistenze culturali non giustificabili ma comprensibili e, in parte, inevitabili”, e dicendo di auspicare “una fattiva e continua collaborazione tra gli uffici ministeriali e quelli giudiziari, scevra da pregiudizi culturali o vischiosità amministrative“. Ma il problema si ripresenterà dal 1° aprile, quando è previsto il nuovo debutto di “App” su larga scala. Ulteriore tasto dolente riguarda gli addetti all’Ufficio per il processo, i funzionari assunti a termine con fondi Pnrr per aiutare i magistrati a velocizzare il lavoro: dei 12.103 laureati reclutati al 30 settembre 2024, ben 3.299, più di uno su quattro, si sono dimessi in anticipo rispetto alla scadenza del contratto, lasciando l’incarico per un impiego a tempo indeterminato, quasi sempre nella stessa pubblica amministrazione. In servizio quindi ne restano 8.804, la metà dei 16.500 previsti dal governo. Il target europeo, cioè l’assunzione di diecimila unità di personale Pnrr al 30 giugno 2024, è stato raggiunto solo grazie all’apporto dei profili tecnico-amministrativi: al momento, però, il numero dei lavoratori in servizio è di poco superiore alla soglia fissata dal piano.
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