Articolo di Paolo Venturi, direttore AICCON
Il termine desiderio deriva dalla composizione della particella privativa “de” con il termine latino “sidus, sideris” (plurale: “sidera”), che significa sostanzialmente “stella”. Dunque, la parola desiderio significherebbe letteralmente “mancanza di stelle”, una condizione in cui sono assenti le stelle.
Il desiderio nasce quindi da una mancanza, ma di quale mancanza stiamo parlando?
Da questo punto di vista, c’è una bellissima poesia di Mario Luzi tratta da “Sotto specie umana” del 1999, che parla appunto dell’animo umano e di questa strutturale sensazione di mancanza che porta a desiderare. Dice Luzi in un verso: ” Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne sei pieno? ” come a voler dire che il desiderio si esprime come mancanza perché la persona è fatta per qualcosa di grande, per essere felice. In altri termini, potremmo dire che la persona è struttura di desiderio, fatta per essere compiuta e in continua ricerca.
In questo senso, il desiderio diventa la forma più evoluta che distingue l’umano da tutto il resto e che lo “potenzi” in tutte le sue capacità. Senza questa naturale tensione, l’umano si “depotenzia” e con esso tutta la sua capacità di intelligenza (intesa come capacità di leggere le cose e di andare in profondità) di agire, di intraprendere, di relazionarsi e, soprattutto di innovare.
L’innovazione accade, pertanto, quando qualcuno la cerca, la desidera. Il desiderio è un elemento imprescindibile, è il codice sorgivo di ogni cambiamento che abbia come orizzonte una cosa nuova da realizzare o una trasformazione buona da generare.
Questa visione dell’innovazione è ben presente in Stuart Kauffman, che nel 2002 dice che “l’innovazione si può rappresentare come l’esplorazione dello spazio reale e l’allargamento dello spazio del possibile”. Secondo il biologo statunitense, la possibilità di esplorare la realtà e di allargarla fino al possibile, è qualcosa che può succedere e che succede ogni volta che qualcuno si muove con una tensione ed una esplorazione verso un orizzonte dentro cui c’è un obiettivo. Un orizzonte desiderabile, appunto.
Sempre Kauffman introduce cosi il concetto di “possibile adiacente”, che a nostro avvio rappresenta una delle immagini più potenti e profetiche di ciò che è l’essenza dell’innovazione: dare forma concreta al possibile, partendo dall’adiacente ossia dall’esistente, da ciò che c’è. Ciò che dobbiamo fare, i problemi, le circostanze possono essere trasformati, cambiati, innovati attraverso un’azione di esplorazione del possibile. Questa azione di ricombinazione e la possibilità di far accadere il possibile nella realtà, dipendono in maniera rilevante dalla tensione, dalla motivazione e dalla desiderabilità di ciò che si sta facendo.
Questa visione che pone al centro dell’innovazione la sua desiderabilità è particolarmente significativa oggi, in una società caratterizzata da trasformazioni continue e incertezza, definita da Ulrich Beck come “società del rischio”. Oggi il rischio è un’esperienza reale, da vivere. Gli shock che abbiamo vissuto, come la pandemia, la guerra, gli impatti del cambiamento climatico, i cambiamenti del lavoro e del digitale, non mettono più solo a tema il rischio come percezione o gestione, ma come realtà da affrontare e attraversare: ma l’attraversamento del rischio oggi pone una domanda di innovazione e cambiamento.
Di fronte a queste domande di trasformazioni, possiamo individuare tre posture che parafrasando Enzo Jannacci sono identificate in “…quelli che conservano”, ossia coloro che coltivano la restaurazione e la conservazione, utilizzando l’avversione al rischio e l’incertezza strutturale come alibi alla scarsa attitudine trasformativa, quelli che costruiscono il futuro del passato. La seconda postura è di “… quelli che si adattano” ed è composta da chi coltiva la resilienza e la mitigazione di ogni rischio, rispondendo alle emergenze contingenti senza però avere una visione a lungo termine. Infine ci sono “….quelli che trasformano” ossia colore che mossi dal desiderio, coltivano una trasformazione reale partendo dall’esistente e con la consapevolezza di coinvolgere e responsabilizzare “altri” verso i cambiamenti che si vogliono raggiungere. Chi ha questa tensione è consapevole di costruire il presente del futuro, nella misura in cui è in grado di alimentare anche la desiderabilità altrui. Questo percorso, infatti, può essere condotto solo attraverso un agire consapevole e collettivo. Come diceva Jeff Mulgan nel 2006 “ quando il distacco tra bisogni sociali e servizi offerti è troppo profondo, si creano gli spazi per l’agire auto-organizzato di singoli e gruppi”. Questo agire, però, non è automatico.
L’innovazione sociale, come detto in precedenza, nasce da bisogni, ma si alimenta dalle aspirazioni dei portatori di quei bisogni. L’anoressia del desiderio, depotenzia il cambiamento e l’innovazione.
L’altro elemento che lega innovazione e desiderabilità, ha a che fare con la dimensione motivazionale: la trasformazione postula l’azione, ma senza motivazione nulla accade. Le competenze “codificate” sono fondamentali, ma senza quelle “intrinseche” molto del valore viene perso per strada o addirittura viene sprecato.
La motivazione è la benzina che rende l’azione trasformativa.
Socrate diceva che “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” e Alexis Carrel affermava che “nulla è più assurdo della risposta a una domanda che non si pone”, due messaggi veri e profetici che rendono evidente l’importanza della struttura motivazionale tanto nel lavoro quanto nella vita tutta. Il prologo di ogni innovazione si riconduce a una domanda di ricerca che nasce da un desiderio. La desiderabilità trasforma i bisogni in desideri, conferendo senso e significato all’azione innovativa.
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L’articolo approfondisce i temi trattati nel libro “Spazio al desiderio” di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai pubblicato da Egea, 2024.
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